Basia Bulat

Tall Tall Shadow

2013 (Secret City) | songwriter, folk

A piccoli passi, ma di strada ne ha fatta Basia Bulat.
Certo, non è solo per la sensualità di quel bianco e nero a tutto contrasto in copertina, che più che la Joni Mitchell di ieri fa venire in mente lo charme tenebroso di una Nico. Già nella short list del Polaris Music Prize con il disco d’esordio, a tre anni di distanza dal precedente “Heart Of My Own” questa canadese non ancora trentenne torna oggi con la sua terza fatica sulla lunga distanza, la prima a non essere stata partorita nei celeberrimi studi dell’Hotel2Tango. Per l’occasione Basia si è fatta aiutare da Tim Kingsbury degli Arcade Fire e da Mark Lawson, che per il suo più recente lavoro al servizio della band di Montreal aveva anche vinto un Grammy.
Mai come ora le scelte fatte in sede di registrazioni si rivelano tanto proficue, perché cucite perfettamente su misura per la cantautrice dell’Ontario: sono infatti pregevoli tanto gli arrangiamenti quanto la scorta ritmica a supporto, sempre opportuni e mai invadenti, un corredo prezioso che evita di stravolgere il portentoso equilibrio delle composizioni.

Ne è una prova la canzone che presta il titolo alla raccolta e la inaugura, un piccolo scrigno con la delicatezza di un carillon che si apre poco per volta, illuminato da una voce calorosa e incredibilmente simile a quella di Natalie Merchant. L’impressione di ritrovarsi immersi nel clima magico di “In My Tribe” è così vivida, e il trasporto così autentico, che non si può evitare di lasciarsi rapire per poi applaudire convinti. La stessa eco si avverte anche in seguito (“Someone”) con suggestioni ancora lusinghiere per la promettente Bulat, esaltata quando ha modo di operare in libertà su sfondi sonori più spogli.

Tra le pieghe di questo “Tall Tall Shadow”, la ragazza di Toronto si muove con leggerezza zampettante in quadri molto ben radicati nella tradizione, facendovi spirare un alito di freschezza sottile ma caparbio. Con una frugalità folk aggraziata dal suo canto, in “Five, Four” fa propria l’essenzialità evocativa di un’altra giovane collega dal solido presente, la statunitense Alela Diane.
Poco oltre (“It Can’t Be You”) l’esilissima trama intessuta da uno svolazzante charango riporta alla mente analoghi disegni acustici di Josephine Foster e – sarà un caso – qui Basia punta con decisione a una maggior levità anche sul piano vocale. Il risultato è apprezzabile. Se la purezza cristallina della cantante del Colorado non è del tutto eguagliata, è vero che non siamo poi chissà quanto distanti. Non promette la luna ed è anzi adeguatamente controllata la Bulat, brava a non inficiare i brani con eccessive decorazioni o strappi vertiginosi che stordiscano. In “Promise Not To Think About Love” non rinuncia peraltro a indossare la vivacità elegante e smaliziata della connazionale Feist, riuscendo a non uscire ridimensionata dal confronto, pure impegnativo: poco più di un frammento che incide tuttavia in modo rilevante nell’economia del disco, con la sua vivacità. La fattura si rivela insomma quella mirabile delle prime prove, a conferma del gusto di un’autrice ancora emergente ma non certo sprovveduta.

Altrove il tono si fa più austero (ma mai lugubre) oppure torna in auge la sobrietà affilata dell’esordio, come quando in un incontro abbastanza sorprendente (“The City With No Rivers”) il sottofondo richiama le ombre minacciose di un deserto americano dipinto da nessuno come da David Eugene Edwards. La canadese non se ne lascia però avvincere e la sua interpretazione resta soave, personale, non caricata dell’enfasi febbrile delle opere di 16 Horsepower e Woven Hand.
Forse la sincerità di Basia emerge in tutta la sua pienezza nei frangenti più amichevoli e confidenziali, magari piccoli ma fragorosi, in cui la sua voce accarezza l’ascoltatore con la forza genuina della semplicità. A una songwriter dotata che per indole non ama strafare, non occorrono artifici, sono sufficienti le sue qualità di affabulatrice gentile. Impronta classicista e piglio moderno convivono allora armoniosamente in una proposta che evita con cura di magnificare il proprio virtuosismo, e che ogni tanto fatica a tenerlo in sordina. Non è il caso del voce e piano palpitante che chiude “Tall Tall Shadow” rievocando il cantautorato orgoglioso, romantico e scarmigliato di Azita, pur con meno esuberanza.

Un ultimo tassello che non aiuta a comprendere meglio un’artista interessante anche perché così sfaccettata, ma vale come ennesima riprova di un talento che meriterebbe maggiori attenzioni: con un pizzico di timidezza in meno a frenarla, questa brillante fanciulla dell'Ontario sarebbe capace di traguardi ancor più ambiziosi.

(22/10/2013)

  • Tracklist
  1. Tall Tall Shadow
  2. Five, Four
  3. Promise Not To Think About Love
  4. It Can’t Be You
  5. Wires
  6. The City With No Rivers
  7. Someone
  8. Paris or Amsterdam
  9. Never Let Me Go
  10. From Now On
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