Il successo ha sempre due facce, e non è detto che quella che prevale sia necessariamente quella sorridente. Spesso ti drena, ti porta a dover fare i conti con aspettative fuori proporzione, non ti consente di porti davanti alla tua arte con la giusta distanza. La soluzione? Per Gen Hoshino si è trattato di rallentare, lasciar defluire il momento d’oro sopraggiunto con l’enorme ondata di popolarità arrivata negli anni di “Yellow Dancer” e “Pop Virus” e dosare le pubblicazioni, alla volta di una totale riscoperta di sé e della propria creatività. È così che sono passati quasi sette anni tra l’uscita del precedente album e quella di “Gen”, intitolato col suo nome come a significare una sorta di rinascita e riposizionamento, per un musicista (e anche ottimo attore; i più incalliti tra i cinefili lo avranno indubbiamente visto in “Why Don’t You Play In Hell?” di Sion Sono) da sempre molto curioso e intraprendente, ma che con quest’ultimo progetto spinge la sua ricerca di diversi passi più in là. Improntato a un inedito spirito collaborativo, dotato di un’anima funky che qui domina pressoché incontrastata, il nuovo album è un testamento al proprio potenziale personale, da coltivare nei tempi che richiede.
Rallentare, si diceva. Nei sette anni di spazio intercorsi tra i due dischi, Hoshino ha comunque pubblicato svariate canzoni, più una breve colonna sonora per “Lighthouse”, talk-show di sei episodi che lo vede come co-presentatore; un bel tesoretto creativo che il musicista ha sparpagliato con cura nel corso degli anni, e che ha ribadito tutta la freschezza e l’energia di un pop creativo e scintillante, raramente osservato nel Giappone dell’ultima decade.
Da “Comedy”, colorato midtempo soulful utilizzato come brano di chiusura del popolare anime “Spy x Family”, passando per i caroselli svagati dell’iniziale “Create” (un profluvio di synth impazziti, batterie in assoluto spolvero, stacchi e riprese, per un brano prog-pop semplicemente letale) e le suggestioni acid-jazz di “I Wanna Be Your Ghost” e “Star”, il cuore dell’ultimo ciclo discografico parla chiaramente all’animo più black del musicista, dall’alto di una prospettiva melodica tipicamente nipponica (accesa e vitale negli accenti delle strofe e nei ritornelli), capace di frullare ogni riferimento e influenza in un prisma tanto sfaccettato quanto dotato di una solida coerenza interna, intimo ed espansivo nel fare di pochi minuti.
È così che l’album scongiura sin da subito l’effetto compilation, fa sì che le varie collaborazioni (variegatissime per peso ed estrazione, dal premiato terzetto Cole/Gendel/Wilkes nella fusion atmosferica di “Mad Hope”; il rap old-school di Lee Young-ji; il cuore latino di Camilo nella ballata sophisti-pop “Memories”) acquisiscano la dovuta pregnanza d’impatto. È in questo modo che il carattere dei brani non viene mai meno, nell’armonia multiforme di un insieme che non disdegna suadenti fascinazioni synth-funk (la doppietta “Melody”-“Fushigi”), gioca con successo la carta acustica (i tratteggi folk di “Kurayami”, reminiscenti del calore di Motohiro Hata), propone pure inattesi richiami al new-jack-swing che fu, trattato con tutta la soulfulness del caso (“Why”).
Da qualunque lato lo si prenda, “Gen” parla di un musicista che ha ritrovato nella comunità e nella lentezza il germe della sua ritrovata tempra espressiva, ritagliandosi poco meno di un’ora di irresistibile brio pop. A oltre quindici anni dal suo debutto, Gen Hoshino centra qui il suo momento più ispirato.
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11/08/2025