Nessun confine, nessuna etichetta, un balsamo curativo per l’anima che obbliga al contempo l’ascoltatore a riconoscere e fare i conti con ogni sfaccettatura delle sue emozioni, in primis quelle legate al dolore. Non ci si aspettava niente di meno da “Pain To Power”, prima (attesa) tappa fondamentale nell'avventura dei Maruja, che con “Knocknarea” (2023) e “Connla's Well” (2024) avevano dimostrato di aver finalmente trovato la propria ricetta vincente, dopo tre precedenti e brevi tentativi passati sotto silenzio. Le granitiche basi dei Nostri poggiano su liriche intrise di filosofia e una buona dose di protesta, incentrate sulla società e sulle dinamiche politiche attuali, avvolte da improvvisazioni che prendono le mosse da post-rock e free-jazz, contaminate e inasprite a piacimento da sferzate punk, post-hardcore, noise e rap.
Il reale conto alla rovescia verso l’esordio sulla lunga distanza del quartetto di Manchester guidato da Harry Wilkinson era partito fin dalla pubblicazione di “Tir na nÓg”, lo scorso febbraio, poiché era anche la prima opera, dopo sole autoproduzioni, a firma Music For Nations, label nata nel 1983 come sussidiaria di Zomba Records e oggi conosciuta come l'angolo più heavy di Sony Music Uk; un ulteriore indizio significativo sulla volontà del gruppo di proseguire sulla linea di sonorità loud e fuori dagli schemi.
Una delle principali chiavi di lettura di “Pain To Power” pone l’accento sul genocidio del popolo palestinese in atto a Gaza, e su coloro che si arricchiscono grazie ai conflitti e restano a guardare, in un cupo nichilismo generale che ci vede ormai “disconnessi” dal mondo e dalla nostra umanità. Dal punto di vista delle sonorità, si osserva una maggiore spinta sulle ibridazioni hip-hop e noise, oltre al rinnovato desiderio di trasporre su disco l’impeto dei concerti della band il più fedelmente possibile, senza cadere mai nel banale.
Spietata e diretta, l’apertura “Bloodsport” si abbatte in picchiata sfoderando il drumming feroce di Jacob Hayes e il sassofono incalzante di Joe Carroll, perfetta controparte strumentale del cantato rap del frontman, una mossa che rimanda (idealmente) alla deflagrante opening track di “Blindness” dei Murder Capital, ma il cui mood resta più orientato alle influenze post-hc, con qualche sguardo agli Show Me The Body. Sotto ai versi di Wilkinson, il sax alterna toni sinuosi a invettive dirette, pronte a divenire delle saettate dominanti negli intermezzi della successiva "Look Down On Us", articolato e magnetico pezzo forte dell’opera della durata di quasi dieci minuti, eseguito dal vivo fin dalla prima visita in Italia al Covo Club di Bologna, nell’ottobre 2024.
L’andamento del sassofono funge nuovamente da elemento di continuità con il brano precedente nell'intro schizofrenica dell'imprevedibile "Saoirse", la quale dopo il primo impatto assume progressivamente arie orchestrali: il tono si fa improvvisamente più solenne, in un climax ascendente dominato dal mantra “It’s our differences that make us beautiful”, simbolo di apertura verso l’altro e della volontà di lasciare andare le proprie paure per ritrovare la libertà.
L’evoluzione degli eleganti echi jazz di "Born To Die" conduce lentamente a un drammatico epilogo distruttivo in chiave industrial, con batteria e fatale riff di chitarra in primo piano, mantenendo tale direzione con la serratissima sezione ritmica della successiva "Break The Tension", altra traccia presente già da lungo tempo nel repertorio live del quartetto, per poi strizzare l’occhio ai ritornelli rap-metal in salsa Rage Against The Machine 2.0 con “Trenches”.
Votata alla pura improvvisazione, l’atmosferica e catartica “Zaytoun”, il cui titolo è una parola araba che può fare riferimento sia all'albero di olive sia al frutto dello stesso, termine molto importante a livello simbolico per indicare il legame al territorio e la resilienza del popolo palestinese, introduce il tema dell’amore, che prende corpo e concretezza nelle strutture poliritmiche e nei cori della conclusiva “Reconcile”.
In un fedele spaccato emozionale della realtà presente, il debutto su Lp dei Maruja compie un impervio percorso attraverso una spirale di violenza, rabbia, sofferenza e spiritualità, aggrappandosi strenuamente a ogni piccolo barlume di speranza, in un tentativo di riconnessione al nostro lato “più” umano, oggi più che mai accantonato e dimenticato, e tra esseri umani.