Legna accatastate, forse abbandonate: un’immagine di copertina in parte ingannevole annuncia il nuovo album di Boris Maurussane, “Tears Of English Town”, un progetto discografico tutt’altro che statico e svogliato, anzi colto e ambizioso.
Il musicista parigino ancora una volta sposa l’estetica del chamber-pop con la bossa nova, il jazz, la psichedelia e la musica classica. Si tratta di un ricco bagaglio di suggestioni e ispirazioni in cui il virtuosismo sposa le grazie della forma canzone, dando vita a melodie fluttuanti e mutevoli che fanno tesoro dei tanti rimandi senza mai restare imbrigliate nel puro citazionismo.
Nello scorrere il lungo elenco di contributi e strumenti adoperati si è subito consapevoli di un’elaborata scrittura, dove improvvisazione e cura del dettaglio vanno di pari passo. “Tears Of English Town” è un progetto che necessita di più ascolti per essere apprezzato appieno; è fin troppo raffinato e avulso dalla liturgia rock, più affine a una suite baroque-pop che si snoda tra prologhi classicheggianti (“Ouverture”), fluenti sonorità Canterbury (“The Season’s Ending”), delizie lounge-pop (“Triangle”) ed effluvi di synth vintage (“Bubbles”), per un’ora di divagazioni musicali perfette come potenziale colonna sonora di un film fantasy.
L’album è un complesso incastro di citazioni classicheggianti (“Siesta” e “Decipher”) e tentazioni pop che vanno dai Beatles (“Sur Pilotis”) ai Beach Boys (immaginate “Season Coda” eseguita di sole voci), con sofisticate partiture strumentali (“Christians From The Lake”) stemperate da vivaci trame in bilico tra jazz e tropicalismo (la title track).
Questo mix non scade mai in un didascalico virtuosismo formale grazie a una coerenza creativa che, pur necessitando a volte di qualche slancio dinamico in più, resta ammirevole sia nelle premesse sia nei risultati.
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06/10/2026