Il talento precoce è spesso una gabbia di definizioni, ma nel caso di Dylan Mattingly l’etichetta di bambino prodigio — un violoncello tra le mani a cinque anni e la prima composizione a sette — si rivela un abito decisamente troppo stretto.
Il musicista americano, formatosi al conservatorio del Bard College di New York, ha saputo innestare la sua urgenza creativa su una profonda e inusuale devozione per la letteratura greca e latina.
Non si tratta di un vezzo accademico, bensì della linfa vitale che ne alimenta la visione: un ponte ideale tra il rigore del mito antico e le strutture della musica contemporanea. È questa densità intellettuale ed emotiva ad aver stregato un maestro come John Adams, che ha descritto l’opera di Mattingly come un’esperienza estatica, capace di lasciare una scia sonora persino nel silenzio che ne eredita la fine.
Da questa prestigiosa investitura nasce il sodalizio con la storica etichetta Nonesuch e il debutto con “The Wild Heart”: un frammento monumentale di un’opera di sei ore dedicata a Charles Darwin, qui distillata in un’ora e quindici minuti di pura trance acustica. Affidata alla direzione di David Bloom e all’ensemble Contemporaneous, “The Wild Heart” concentra l’attenzione su due sezioni dell’opera: “The Transmutation Notebooks” e “Sunt Lacrimae Rerum (These Are The Tears Of Things)”, per un’ora e quindici minuti nella versione Cd e un’edizione in vinile ridotta a quaranta minuti.
Se state pensando all’ennesimo e prevedibile erede di Steve Reich o Philip Glass, vi basterà poco per ricredervi. Il frenetico susseguirsi di note di pianoforte e violini in “Ulysses Dances” si impone come una delle partiture più vibranti e originali dell’ultimo decennio: una trama di potenti giochi d’archi, dove incalzanti cellule pianistiche vengono assorbite dai graffi del violino e di altri strumenti a corda, ma anche un ordito di cristallini riverberi che danno il la a melodie barocche ed esuberanti, capaci di evolversi verso un’estatica danza folk-rock. Semplicemente strabiliante.
Con il secondo movimento, “Notes For Another Life”, le coordinate estetiche si stravolgono radicalmente. Il brano coinvolge la voce magnetica di Iarla Ó Lionáird (Afro Celt Sound System e The Gloaming), la quale si adagia sulle fluenti note di un’arpa che scorre come un fiume torbido ma affascinante: a questo punto l’incanto è d’obbligo.
L’intensità emotiva e spirituale subisce un’ulteriore impennata nelle lunghe e meditate geometrie pianistiche di “The History Of Life In Reverse”. Mattingly assorbe come una spugna tradizioni musicali eterogenee, integrandole in un caleidoscopico insieme sonoro dove la musica si fa parola nell’energica danza pagana di “Last Dance”, immagine tra i riverberi di “Past Ithaca” e, infine, utopia.
I diciassette minuti conclusivi appartengono al secondo capitolo del progetto, “Sunt Lacrimae Rerum (These Are The Tears Of Things)”, un brano dichiaratamente ispirato alle pagine più oscure e sofferte dell’Eneide di Virgilio. Qui si scatena un turbinio di incantevoli accordi minimali che cresce progressivamente, fino ad ambire a tonalità celestiali che si librano nell’aria come colombe al seguito del rintocco delle campane. Sono note che scorrono come lacrime le quali, a furia di raccogliersi nel palmo della mano, inondano l’anima e con placida malinconia conducono l’ascoltatore verso il finale.
Ma il congedo è solo apparente: per nostra fortuna, questa straordinaria avventura sonora è soltanto all’inizio.
04/08/2026