Un paio di considerazioni su questo disco (il secondo) degli americani Garland Of Hours:
1. Esistono due ragioni verosimili perché un gruppo rock possa affidarsi prevalentemente a violoncello, batteria e pianoforte. La prima è che lo faccia per darsi un tono, la seconda è che non sia riuscito a trovare chi suoni basso e chitarra. I Garland of Hours sono la metà di mille, hanno qualcosa come sei batteristi (uno più scarpa dell'altro) che si alternano un po' quando capita, e anche chitarristi e bassisti non scarseggiano. A sentirli, però, sembra che il motivo sia più il secondo che il primo. Tutto l'album ha un (meraviglioso? fastidiosissimo?) retrogusto "casalingo" che rende davvero impossibile pensare a intellettualismi artistoidi.
2. Invito chiunque a immaginare un mischiotto di Velvet Underground, Jefferson Airplane, Led Zeppelin, Fairport Convention e... Dresden Dolls? Tre secondi di tempo.
Avete in mente una pietosa congrega di tamarrazzi vetero-hippie, vero? I Garland of Hours non ci somigliano manco vagamente, ma i loro (pochi) riferimenti individuabili sembrano proprio quelli indicati sopra.
3. I Led Zeppelin in ogni caso sono talmente poco di moda in ambito indie che copiare un paio di riff dal buon Jimmy Page (col violoncello, poi!) può sembrare un atto incredibilmente originale, quasi rivoluzionario.
4. Incidere un disco "settantiano" non è un'impresa così difficile. Ci vuole invece del talento per realizzare un disco che sia assolutamente settantiano nello spirito ma sarebbe stato impossibile da realizzare - o perfino da concepire - allora. I Garland Of Hours ci sono riusciti.
Ma non sono ancora riuscito a spiegare che musica facciano. Provateci voi, non è per niente facile!
Intendiamoci, "The Soundest Serum" non è un capolavoro, e non c'è una frase che non suoni in un modo o nell'altro di già sentito. La voce: un po' Grace Slick (meno energica), un po' Brigitte Fontaine (meno sperimentale, anzi per niente). La chitarra: freak-psych, ma posata, consapevole. Vedi "Dear Henry": "Qui servirebbe una chitarra freak-psych", alla faccia della spontaneità. Il pianoforte suonato ad accordoni maggiori, che chiamarlo "minimalista" è farlo sembrare una cosa molto più studiata e monocorde di quello che sia in realtà. Le melodie sempre intrise di folk albionico, niente Takoma almeno per questa volta.
"My Young Man" è una sea shanty rivista in salsa cameristica. "A Thousand Breaths", "Exit", "Difficult Run" con quel violoncello così caldo e percussivo: progressive? "Brick Eyes" coi suoi svolazzi e incastri ha qualcosa dei Gentle Giant, dei Camel - o sono i Fiery Furnaces?
"Sound Of No Name" è dolcemente segmentata, instabile, ma le sue vaghe strutture prog sembrano nascere più da necessità che da un disegno volontario.
Meglio così, perché l'anima di "The Soundest Serum" è proprio questo suo perenne essere in bilico. Tra il presente e diversi passati, tra naturalezza e ambizione, originalità e cliché, leggerezza, eccentricità, rustica eleganza.