Ecco un gruppo che ha la seria opportunità di uscire dalla solita cerchia di accoliti e ammiratori per giocarsi un ruolo di prima grandezza sul palcoscenico del rock
alternativo. Sarà per il loro assetto stringato e minimale (chitarra, violoncello e batteria), che ricorda un po’ quello dei
Morphine o per i densi
concept narrativi che rivisitano il
grand guignol del gotico sudista (e la lezione di
Johnny Cash) seguendo il filo di citazioni più o meno colte (il
moniker, dall’omonima commedia di Neil Simon, “L’Inferno” di Dante in “In Bocca Al Lupo” del 2006 e l’opera di Omero che, mediata dai western di Sergio Leone, fornisce lo spunto del presente “Red Of Tooth And Claw”). Sarà perché la produzione di Trina Shoemaker (
Queens Of The Stone Age) sembra fatta apposta per valorizzarne il passo scalpitante pur senza fiaccare la cavalcatura melodica. O perché ne hanno tutte le carte in regola e perché se lo meriterebbero.
Il quarto lavoro della band di Bloomington, Indiana, è un’odissea
western-punk con Ulisse nei panni di un
loser, piuttosto male in arnese e di ben poco ingegno, che si nasconde come può fra le pieghe d’un destino doloroso e fallace, e dove Itaca è solo l’ennesimo steccato di una vita di frontiera (e neanche l’ultimo, probabilmente). Una “sporca dozzina” che cavalca a perdifiato lungo un deserto punteggiato da una livida pioggia di sangue, cavalieri spettrali in sella ai loro ronzini d’Apocalisse, pistoleri che decimano le folle senza nome che i loro stessi destrieri calpestano, mentre l’orizzonte è un cimitero immenso e freddo che giace al lume bianco d’un sole esangue.
"Comin’ Home” si destreggia sui duetti fra la voce di Adam Turla (reminescente di
Nick Cave e
Glen Danzig) e la viola di Sarah Balliet (che si concede perfino un assolo
western swing) che ingaggiano una forma inedita e ricercata di
call and response, sostenuta da una metronomica, martellante gragnuola di cassa e rullante (notevole lo sforzo del batterista Dagan Thogerson).
A “Rum & Brave”,
stomp ferroviario degno del trio di
Mark Sandman, con quel suono vitreo e concavo come il fondo d’una bottiglia scolata e l’incessante sincopato che si produce in singhiozzanti
stop’n’go, corrisponde “Steal Away” (per chitarra ribassata e un violoncello che alterna melodia e pizzicato).
All’occorrenza, comunque, il gruppo sa tenere a freno la sua indole selvatica e istintiva intrecciandola con una vena più classicheggiante: “Ball And Chain” e “Spring Break, 1899” sono due mirabili
lieder da
saloon, la prima con il suo incedere da
cowboy-song (per piano e violoncello) inframmezzato di interludi da
cabaret (
charleston e bolero) e dai continui cambi di ritmo, la seconda, ancora più teatrale, un’aria solenne e melodrammatica da recital
broadwayano.
Il
pasodoble di “A Second Opinion” (con arrangiamento quasi da camera) e “’52 Ford” (ballabile e sincopato), il volenteroso omaggio a Ennio Morricone di “Theme” (trenodia
western con crescendo di fiati da “deguello”) e la splendida “The Black Spot”, un
blues gotico che, memore di
Leadbelly nell’attacco (“My friend…
My Friend… you were loyal and true/ ‘till that wretch of woman, well, she got you”), valicando le impennate marziali di chitarra e batteria, sfocia poi nel ritornello degno di Andrew Lloyd Webber.
Una salva di canzoni piuttosto riuscite che si fanno abbondantemente perdonare le tentazioni
emo di “Fuego!” e l’ampollosa declamazione “
springsteeniana” di “Ash”.