Il grunge esistenziale di Matteo Landò riprende slancio dopo Wakin’ Fall, con il nuovo moniker di Landhaus, il cui primo parto è “Darker City Lights”. La vera novità di “Daker City Lights” è il fervore ritmico che alimenta il suo rammodernato folk-rock. “Number One”, l’afonia di “Inside Out” e “Sliding Well” lo iscrivono umilmente persino dalle parti del Neil Young della depressione. Eppure, lievi anomalie cromatiche gestiscono al meglio i suoi motivi insistenti, tanto il synth filarmonico di “Let Me Know”, con linea melodica Kinks-iana, “Maybe”, e la slide urlante in “We Wanted”.
La scrittura cupa dell’albo, in trasparenza con un’autoanalisi atmosferica, smanaccia tocchi nevrotici (ma non troppo) e indi li calibra con ossequio tradizionalista. Schiettamente arguto. Comprimari (Stefano Spina e Niky Collu, ma anche Stefano Conforti e Lorenzo Corti) apprezzabili.