Già attivo in un oscuro gruppo della prima metà degli anni 80, con dei certi Sergio Conforti e Nicola Fasano in versione pre-
Elio e le Storie Tese, Matteo Landò ricomincia a scrivere dopo un periodo di attività come produttore di spot pubblicitari. Indi costituisce una nuova band di quattro elementi, i Wakin’ Fall, e registra i nove pezzi del disco di debutto, “September”.
Si distinguono l’
opener, “Game Over” (con sormonto di chitarre,
chorus anti-enfatico e sgolate finali alla
Kurt Cobain), la ballata acustica della
title track (con piano alla
Oasis-
Lennon) e l’essenziale “Morning Light”. Altre volte il disco flirta con l’Aor e i Timoria, come in “City Hell” e più ancora in “Take A Breath”, o con le ingenue inquietudini del
grunge e la mestizia rabbiosa dell’
emocore, come in “Risk Is Ok”. Nella parte finale, “I Don’t Know Why” colora di epica nuovi clichè stile Timoria e la pacata “It’s Not Gonna Happen” abbraccia le tastiere semi-sinfoniche del
Vasco di “Vivere” (e di “Una canzone per te”).
Un po’ come i primi
American Music Club, ma su un piano ben più melodico e convenzionale, questo breve album di Landò riesce a far filtrare qua e là una fluida brezza di libertà emotiva. A parte incidenti di percorso come “One Day”, degno de Le Vibrazioni, preferisce la concretezza delle distorsioni al poetizzare di
Benvegnù.
Lo smaliziato pianoforte di accompagnamento è di Gianluca Di Ienno; le tastiere sono da parte di Stefano Spina, anche bassista e arrangiatore; batteria di Niky Collu.