Per il primo appuntamento discografico, dopo un Ep d'esordio “Creature Of The Demon”, uscito sempre in questo 2012 ormai agli sgoccioli, i tedeschi Kadavar (da non confondere con gli omonimi italiani dediti a sonorità death-metal) hanno fatto le cose in grande. Anche se qualcuno si è limitato a definirli come i nuovi “discendenti discografici dei
Black Sabbath” - e
va beh, facciamo finta che sia così semplice - a cominciare dall'idea malsana di pubblicare il disco in sette differenti edizioni in vinile (bianca, rossa, verde, porpora, gialla, blu e nera) si capisce quanto la Tee Pee creda (e a ragione) nel progetto dei tre: Christoph Bartelt, Christoph Lindemann e Mammut. Del resto, la collezione di sei canzoni qui raggruppata è assolutamente superba. La loro musica viene giù sempre come una colata lenta, a strati pensanti dal quale è difficile uscirne vivi.
Non è solo doom, non è solo stoner. È come un dolce shock che ogni volta ci porta indietro di almeno quarant'anni. Ma riesce a farlo senza che l'idea di manierismo, e quindi di noia atavica, emerga dall'ascolto. Ogni passaggio di “Forgotten Past”, per dire, è un'illuminazione. Immaginate una pasta garage lo-fi e fuzz-logora, un po' come avrebbero potuto fare i primi
White Stripes, poi aggiungeteci un turbinio di chitarre rubato a Tony Iommi e mischiate tutto con accelerazioni che potrebbero essere proprie di quei mattacchioni dei Red Fang. E se le linee vocali di “Goddess Of Dawn” effettivamente scopiazzano abbondantemente l'Ozzy Osbourne di “Children Of The Grave”, vogliamo credere che sia solo un dovuto omaggio ai padri del genere. Il
sound, del resto, è ben più “espanso” rispetto al semplice plagio del Sabba Nero, come forse unico reale limite consistente, nella misura di una scontata subalternità.
Ma, lo si accetti o no, è impossibile oggidì suonare stoner o doom rock progressivo e non annoverare tra le proprie influenze i quattro di Birmingham. Tuttavia, fin dall'attacco frontale di “All Our Thoughts”, da una massa pastosa e fluida di heavy psichedelia, simile a un incrocio tra
Yardbirds e Blue Cheer, si capisce di trovarsi di fronte a gente con ben più ampie prospettive: i connazionali Nektar, gli High Tide, i Black Widow, i Pink Faires, i Northwinds. L'impressione anni-Sessanta è quella giusta. Uno dei brani più belli del disco è infatti la seconda “Black Sun”, dove c'è veramente tutta l'essenza del rock di quegli anni. Puro spirito
teenager-in-the-summer-of-love innalzato verso il paganesimo prosaico di un
rifforama di fiele. Neandertaliano, se dovessimo citare
Ritchie Blackmore.
La conclusiva “Puple Sage” è poi un capitolo a parte. Otto minuti di space-rock generosissimo che creano il punto di contatto più marcato con il magma europeo che fu degli
Hawkwind e
Amon Düül. Questo disco è quello che potremmo dire essere il lato oscuro della psichedelia, rapportata agli anni Zero. Una volta che c'entri dentro, è assai difficile uscirne fuori. Soprattutto se si ha la consapevolezza che ad attenderci là fuori magari c'è il Belpaese
zavattiano raccontato da
Dario Brunori.