Pochi sono probabilmente in grado di associare un particolare ricordo al nome di Grischa Lichtenberger.
Natio di Bielefeld e berlinese d'adozione, impegnato già da anni nel campo del multimediale, era stato lanciato nel 2009 dalla Raster-noton come portabandiera di un nuovo modo d'intendere il rapporto tra musica e immagine, in cui la seconda svolgeva il ruolo di “sfondo” per la prima, effettivo luogo della vita artistica. La testimonianza pratica di questa teoria (invero tutto fuorché rivoluzionaria) si era concretizzata negli spigoli ritmici dell'Ep “~treibgut”, già al tempo incapace di far gridare al miracolo.
Tre anni dopo, Lichtenberger arriva all'appuntamento del primo lavoro sulla lunga distanza: “And IV (Inertia)” non fa però che confermare il trend già espresso dal suo comunque valido predecessore. Dietro una descrizione dettagliata e complessa - incentrata sull'utilizzo e la manipolazione di
field recordings e sul
concept di un telescopio per neutrini – si cela infatti una proposta musicale fortemente ancorata al più classico standard della
label tedesca, ma senza la forza necessaria per distinguersi.
Scendendo nel dettaglio, si possono rivedere nel
sound dell'artista (e persino nei titoli) le coordinate che furono degli
Autechre del dopo “Confield”, interpretate con i suoni della microelettronica
post-glitch (Ryoji Ikeda, ma anche lo stesso
Alva Noto): largo dunque ad autentici labirinti di ritmi in tempi dispari e geometrie mentaliste, nelle cui vene scorrono rivoli
noise e disfunzioni aliene.
Che la base di partenza di Lichtenberger resti in ogni caso la techno risulta evidente da episodi come la marcia funerea di “12_11_13_lv_1_c” (che non sfiora però nemmeno da vicino le esplorazioni di Pangaea o Van Hoesen) e la rarefazione dub di “0112_01_st_rm”; ma l'interpretazione che il tedesco ne dà dista ben poco dai canoni più stereotipati dell'
idm. A sostegno di tale tesi si schiera la maggior parte dei brani, fra i quali svettano l'allucinato trip di “1011_27_#5b”, l'inquieto requiem per robot di “0311_01 re 0510_24”, la parentesi
dubstep di “0111_05_z red” e il disteso finale
deep-dronico di “syslorot” e “ssfl”.
Il risultato, però, è ben lungi dal convincere, penalizzato da un'eccessiva frammentazione (21 brani, di cui una buona metà sotto i due minuti di durata) e da una sostanziale mancanza di personalità. Lichtenberger disegna le sue stanze con cura maniacale - come imposto da quell'estetica divenuta ormai
trademark di casa Raster-noton – non riuscendo però nell'intento di interpretare le correnti a cui si ispira in maniera (troppo) evidente, e limitandosi a riciclarne le ambientazioni. Ne risulta il più classico dei prodotti con confezione luccicante e contenuto scarno.
Illusorio.