Perdonatemi, ma non riesco ancora a comprendere il fascino della musica di Sean Tillmann e del suo progetto Har Mar Superstar: il
groove funky e soul della sua musica appena tinto dalle provocazioni
disco è ancora congelato in una dimensione
lo-fi per poter mostrare il suo reale valore artistico.
Troppo innamorato del suo profilo pubblico fintamente irriverente e grottescamente camaleontico, il musicista non scava sotto la superficie e il suo amore per il soul da ironico diventa calligrafico; dalla scrittura agli arrangiamenti, non c’è infatti l’intuizione vincente di Mayer Hawthorne né la statura
mainstream di
Jamiroquai.
Pur centrando alcune buone
pop-song come “Lady, You Shot Me” (un soul ricco di fiati e grinta) e “Late Night Morning Light” (una
ballad erotica e sensuale), il disco non possiede la statura per reggere un intero progetto: “Restless Song” è ad esempio un funky-pop che sfigurerebbe anche in un disco di
Phil Collins, “12:12” rasenta l’inconsistenza più bieca, le tentazioni
doo-woop di “We Don’t Sleep” restano in sospeso.
Il passaggio alla Cult Records di
Julian Casablancas modifica alcune peculiarità del
sound di Sean Tillmann e dei suoi Har Mar Superstar (ora anche una vera e propria
live band), così che la voce perde un po’ della sua profondità, mentre i synth sostituiscono in parte fiati e trombe. Soprattutto, svanisce quella leggera carica
sex-porno che rendeva il tutto almeno divertente.
Con una marea di revivalisti e una pletora di nuovi
soul-singer dal profilo avvincente, non trovo particolarmente invitante ascoltare delle inezie sonore (“www”) o ibridi dal potenziale attenuato (“Rhythm Bruses”). Non nego che un ascolto distratto e leggero possa dare l’impressione a un pubblico frugale di trovarsi di fronte a un piccolo genio incompreso, ma un brano come “Don’t Make Me Hit You”, coi suoi spernacchiamenti, frizzi e lazzi, annulla ogni speranza.