Incrocio di ex-membri dei significativi Latterman e degli Small Arms Dealer, gli Iron Chic continuano a setacciare le strade di un pop-punk di derivazione ancora possibile. Lontana da atteggiamenti Mtv-oriented e dalla piatta pulizia sonora di altri conterranei del genere, la band statunitense incasella undici battute di un punk emozionale e senza finzioni, grazie a una voce che vive di strappi e flessioni melodiche ispirate, tanto quanto lo sono i riff di chitarra midtempo che sostengono i brani.
Si cerca soprattutto di trovare un rimedio alla paura che si esprime con le parole "I can't feel a fucking thing", dall'ottima "(Castle) Numbskull", ma se la partenza è da una fine (l'incipit strumentale "The End"), la ricognizione della realtà potrà forse godere di tutte le possibilità: "Of all the possibilities/ In infinite realities/ This one eventuality is something that we share", cantano gli Iron Chic in "Bogus Journey".
In più di un'occasione ("Wolf Dix Rd.", "True Miserable Experience"), si ritrovano le qualità di auto-esaltazione dei Japandroids, come inserite in un contesto più ordinato e lineare. La struttura dei brani non si allontana infatti quasi mai dai canoni di un classico pop-punk, ma l'atmosfera che si respira amplia i rimandi verso declinazioni anche eterogenee: in “A Serious House On Serious Earth” non ci troviamo così lontani dai territori di "Knots" dei Crash Of Rhinos, uno degli episodi emo-rock migliori dell'anno.
Niente di rivoluzionario, l'orizzonte rimane quello tracciato da gruppi come Get Up Kids negli anni 90, ma l'abrasività delle chitarre e della voce tengono a distanza ogni principio di noia e distacco, avvicinandoci alla voglia degli Iron Chic di credere in un genere.