Liz Green - Haul Away!

2014 (PIAS)
blues-folk, songwriter
Che sia colpa di un bizzarro caso di genetica, di uno studio pprofondito su un intero pezzo di storia della cultura oppure di altro, non è possibile precisarlo con chiarezza, ma quel che è certo è che anche a sforzarsi, in Liz Green di scorgere qualcosa che non appartenga ai retaggi più profondi dell'America proprio non se ne parla. Sarà forse scontato ripeterlo, per chi già si accorse del talento della giovane cantautrice tre anni fa, alle prese con il suo disco d'esordio “O Devotion!”, eppure è così forte, talmente profondo il legame che la unisce con una terra non sua (chissà poi se ci è mai stata?) che anche al varco del secondo album è impossibile non restarne impressionati, a tal punto da poterla scambiare realmente per una signora del Louisiana d'altri tempi, quando vi era poco di diverso da un banjo e un pianoforte per poter riversare in musica i propri struggimenti.
Di questa prodigiosa macchina del tempo, capace di rinverdire le radici del passato e restituirne l'immagine più pura, a prescindere dall'insolita provenienza britannica, la Nostra se non ha l'esclusiva poco ci manca: tra classicismi oleografici e riadattamenti (talvolta validissimi) dal gusto indie, sono ben pochi coloro che si fanno carico di prendere il filo della traduzione e riavvolgerlo indietro nel tempo, quando ancora la rivoluzione del rock'n'roll era lungi dal venire e lo spettro della guerra cominciava a profilarsi. In questa ideale cornice, occupata con una convinzione anche accresciuta rispetto all'esordio, si innesta il nuovo “Haul Away!”. Il viaggio può quindi avere inizio.

Proprio con il nudo accompagnamento di un banjo, ruvida traccia alla narrazione della Green, comincia a srotolarsi il bandolo del racconto, che sin dall'incipit non promette confessioni dal lieto fine o quadretti di pacato sentimentalismo. E se il blues dal sapore country di “Battle” poteva anche prestarsi facilmente ai soggetti drammatici immortalati dalla britannica, arriva poi l'honky-tonk per pianoforte di “Haul Away”, le paludi attorno a New Orleans come immaginario d'elezione, a rincarare la dose, senza per questo svicolare con facili derive da drammaturgia moderna. Come la discesa nell'Ade di Anaïs Mitchell, amori spezzati, relazioni complicate, sguardi più ampi al mondo e poi velocissimi primi piani diventano nelle mani di Liz materiale incandescente, poesia ironica interpretata sempre con grande compostezza, senza inutili esuberanze.
Un controllo che si rivela, per l'ennesima volta, croce e delizia del lavoro. Perché è indubbio, che la songstress abbia dalla sua una penna molto efficace, che domini egregiamente i meccanismi della canzone classica, e che sappia dotarla di arrangiamenti eleganti, raffinati, che non scadono mai nello stucchevole (parte il contrabbasso, ed è come se in “Rybka” si animasse l'intera New Orleans, i fiati a esprimerne tutta l'esuberanza). Eppure, nella sua lettura così ricca ed erudita di un'America tutt'altro che da cartolina, manca in parte reale intensità, una “caratterizzazione” che si esplichi anche nei termini di interpretazioni più diversificate, maggiormente coinvolte nel processo creativo: sempre uniforme, gentile nella sua posata pacatezza, la voce della Green non riesce se non in rari casi a donare il dovuto colore ai suoi pezzi, li appiattisce a una medietà di registro che non dà loro il giusto lustro, strutturati come sono nel minimo dettaglio.

Il che è veramente un peccato: basta pensare a quale respiro avrebbe potuto acquisire lo swing jazzato di “Where The River Don't Flow” con un pizzico di coinvolgimento canoro in più, o a come  i ritmi spazzolati di batteria di “Empty Handed Blues”, sposati al superbo dinamismo degli ottoni e all'uso mirato dell'ironia (il testo tradisce chiaramente le intenzioni), avrebbero trovato adeguata lettura se affidati alle cure di un'interprete più espressiva.
Lungi dal risultare fastidiosa, la Green è priva proprio della plasticità del timbro, tant'è che, nel limpido strumentale per pianoforte e violoncello di “Little I” (dove il folk prova a sposare la musica classica), sembra quasi di poter individuare il passaggio più riuscito nel complesso. Riuscisse insomma a essere meno una sorta di Sharron Kraus alle prese con la musica di Dr. John, allora la potremmo ammirare per la grande cantautrice, colta e sagace, che effettivamente è. L'appuntamento alla definitiva ribalta è insomma rimandato.

Tracklist

  1. Battle
  2. Haul Away
  3. Rybka
  4. River Runs Deep
  5. Where The River Don't Flow
  6. Empty Handed Blues
  7. Into My Arms
  8. Island Song
  9. Little I
  10. Penelope
  11. Bikya




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