Islandese, Ornolfur “Ozy” Thorlacius con i gemelli “Tokei” (2002) e “Gray Area” (2002) emerge all’apice di minimal techno e Idm. Per anni poi il produttore sparisce dal mercato discografico, limitandosi soltanto a qualche comparsata in festival elettronici europei. Il ritorno con “Distant Present” lo catapulta (in ritardo) nel microcosmo del post-dubstep.
A mancare sono le giuste competenze. I pochi brani originali sono privi di scintilla, una “Glace” che rubacchia dai primi M83 più ambientali, l’inetta orologeria trip-hop di “Arcane” senza un briciolo della profondità di Andy Stott, un battito reggaeton sbozzato alla bell’e meglio con eventi sonici eterogenei in “Chrome-drip”.
Vincono ai punti le oscillazioni e i riverberi brumosi della breve “Scaphoid”, ma è una raccolta di mezze idee senza seguito. Remix di suo e altrui pugno tratti dal debutto “Tokei” (Laurel Halo, Miles Whittaker dei Demdike Stare, College Drop) e una bonus (“Atonement”) riempiono il minutaggio.