SQID è il nome di un progetto a cavallo fra sound art e installazione che vene riuniti l'italiano Attila Faravelli, il veterano viennese Burkhard Stangl e i messicani Angélica Castelló e Mario De Vega, rispettivamente trapiantati a Vienna e Berlino. Si tratta di un'esperienza nata con l'intento di rielaborare l'idea stessa di live show, mettendo in relazione l'aspetto performativo con la pluralità prospettica e mediatica dell'installazione, che giunge oggi a compilare un portfolio discografico su doppio album come nuovo step della propria parabola.
L'idea di fondo è quella di un'improvvisazione in cui sia il soundscape stesso a rispecchiare la casualità gestuale e processuale dello scenario, la cui unica coordinata nota è l'origine geografica: il confine austro-ungherese, dove i quattro si sono recati a registrare in vari punti guidati dall'esperienza di Faravelli, per poi riprocessare i risultati in studio e improvvisare utilizzando una varietà di oggetti di uso comune – toy instruments, found sound, legno, sassi, vetri, acqua, campane, qualche chitarra acustica ed elettrica, mangianastri.
Scopo è dunque riflettere attraverso il suono sul concetto di casualità, vero unico motore noto e comprovabile dell'esistenza. Il risultato è un compendio di miniature, che compongono integralmente il primo dei due dischi, in cui l'affascinante concept riesce a dire il vero a ritrovarsi appieno, grazie alla sostanziale assenza di nessi logici fra i suoni. Ciascuna “Immagine” rappresenta un piccolo scenario a sé, incausato e senza scopo, colto nel suo essere più autentico: quello non contaminato dall'esigenza razionale umana.
Il secondo disco raccoglie invece due improvvisazioni sulla lunga durata, rispettivamente di mezz'ora abbondante e 17 minuti. Lo scenario rimane il medesimo, e l'esperimento viene dunque spalmato su un formato temporale più ampio quasi a voler ritrovare la casualità anche nel succedersi delle azioni e delle visioni, e non solo all'interno del singolo momento. Un impianto concettuale interessante quanto ambizioso, la cui efficacia squisitamente sonora è però limitata dalla sua stessa natura (trattandosi di casualità, qualsiasi suono sarebbe potuto essere stato appropriato ed efficace!) se privata di un compendio performativo che risulta, in questo senso, imprescindibile.