Attila Faravelli

Underneath The Surface

2009 (Die Schachtel) | elettronica, elettroacustica

Nel suo non dichiarato ma (persino troppo) esibito rigore estetico, “Underneath The Surface” nasconde in realtà un mistero sfuggevole, che vive nella cangiante essenza delle note, delle frequenze, tra le pieghe del non suonato, ma soprattutto tra i vuoti che emergono prepotentemente tra un pattern e l’altro. La sua natura si esplicita nel pezzo finale, in cui un freddo beat midtempo riecheggia angosciose narrazioni kraute, irrimediabilmente esplose.

Allora questo mistero riguarda probabilmente la creazione di una materia enigmatica, inafferrabile, che sembri musica pur non essendolo appieno - in realtà è più un parlarsi addosso - e che, soprattutto, rievochi ricordi, memorie, senza per questo cadere nella mimesi o peggio nell’imitazione. E’ una pantomima molto più sottile, quella inscenata da Faravelli, una tragicommedia dell’assurdo dove il protagonista è il suono di un’elettronica giunta al punto di non ritorno, dove ogni possibile limite è già stato oltrepassato in andata e ritorno.
L’ambient da buco nero della traccia numero 3 esprime pienamente questo concetto. Le tenui variazioni melodiche illuminano in discontinuità un vuoto subsonico denso e minaccioso (un po’ come nell’ultimo Kevin Drumm), e paiono altresì riesumare memorie di un mondo passato seppur presente, testimonianze appena udibili della musica dei nostri tempi, o forse di un suo simulacro. Così  proprio il primo pezzo, così melodicamente definito, e persino gradevole nel suo snodarsi minimal-concreto, ci illude della presenza nell’entropia di un oggetto sonoro relazionabile alle sue metodologie generatrici.

Ma è solo una tenue fiammella nel buio, poiché il rumore granuloso e alienante della quarta e della quinta traccia si rende inafferrabile da qualsiasi catalogazione e persino definizione. Microsuoni? Basinski? Elettroacustica? Supersilent? Può darsi, ma non solo.

Allora quest’ elettronica straniante e oscura si snoda nervosamente in un limbo immaginario dove ogni pattern è un frattale che nasconde al suo interno la sua stessa matrice, ovvero la matrice di mille altri suoni. Perché come (pochi) altri musicisti in ambito elettronico e elettroacustico, Faravelli ha capito che nell’anno domini 2009, e prima di una qualche inverosimile rivoluzione estetica, la musica (soprattutto certa musica) non può far altro che riferire a se stessa di se stessa, ossia riflettere sulla sua morte come entità dotata di senso.

(09/06/2009)

  • Tracklist
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