Con il quinto album, “Apricity”, la band di Canterbury si conferma una delle realtà più originali del
neo-progressive, soprattutto per il loro indugiare in contaminazioni pop, jazz e blues senza mai dimenticare la lezione dei conterranei
Caravan.
Formatisi nel 2003 (della band fa parte anche il nipote di
Kate Bush) e giunti al loro esordio solo nel 2006, i Syd Arthur hanno preservato la loro indipendenza, centellinando le loro uscite
self-released (il secondo album “On And On “ fu pubblicato ben sei anni dopo l’esordio), approdando alla rinata Harvest Record nel 2013 e completando così una lunga serie di riferimenti, più o meno espliciti, alla tradizione psichedelica inglese.
Il quinto album “Apricity” è il primo con Josh Magill Fred Rother alla batteria, che sostituisce definitivamente Fred Rother, impedito da gravi problemi all’udito, ma nulla è cambiato: quel piacevole equilibrio tra ricerca e immediatezza è sempre fantasioso e vitale.
Il nuovo album dei Syd Arthur evidenzia una maggiore influenza della musica americana, grazie anche alla presenza del produttore Jason Falkner (Jellyfish,
Beck), ma le vere icone della band restano i Caravan, i
Gong e soprattutto il chitarrista Steve Hillage, anche se l’elettronica di gruppi
cult come i
Floating Points fa spesso capolino nel
sound di “Apricity”.
Elaborate trame sonore e finezze strumentali danno vita a un tessuto sonoro emotivamente ricco ma mai sopra le righe, la cura del dettaglio e il fulgore degli arrangiamenti sono più vicini alle moderne elaborazioni di gruppi come
Tame Impala o
Radiohead, e tutto suona meravigliosamente accattivante.
Il nuovo album del gruppo inglese è come un quadro in continua evoluzione, elaborazioni sonore e strumentali aggiungono colori e dettagli a un brioso affresco lirico. Le attitudini pop trovano la loro migliore esegesi nel funky-beat di “No Peace” e nell’esuberante elettronico rave-pop “Sun Rays”, singolo di presentazione dell’album.
“Into Eternity” modifica lo scenario virando verso elaborate atmosfere prog che, tra pregevoli citazioni dei Caravan (“Rebel Lands”), originali scenari elettronici (“Seraphim”) e interludi strumentali (“Portal”), introducono le due tracce più avventurose e originali.
“Evolution”, offre deliziosi
uptempo ritmici dalle inconsuete geometrie, tra le quali jazz e prog introducono interessanti divagazioni liriche, mentre la
title track, è un autentico
trip musicale, con
riff e incastri ritmici ricchi di effluvi psichedelici, un brano che non solo chiude in maniera eccellente un album originale e atipico, ma anticipa future evoluzioni da
jam session per una band in continua crescita.