Nonostante la notorietà ridotta ai minimi termini, specie nel nostro paese,
Tim Holehouse non è un nome nuovo nel panorama blues e non solo, viste le sue tante esperienze in territori anche molto distanti dal succitato. Il nuovo lavoro, in uscita a ottobre, mette in luce tutta la varietà stilistica dell'artista e anche i suoi più robusti punti di riferimento.
Tralasciando la timbrica graffiante, arrancata, rauca che molto ricorda quella del genio
Tom Waits, il suo stile si rifà a grandi maestri blues del passato ("Swamp Beast"),
Captain Beefheart su tutti, con il quale condivide una certa tendenza a superare i cliché del genere e una buona dose d'ironia (vedi anche la cover) ma del quale non ha certo ereditato le capacità di stupire oltre l'immaginabile. Anche sotto l'aspetto lirico, strumentale e canoro, la vicinanza con
Tom Waits o
Nick Cave è evidente ("Style", "Skeleton").
Il suo modo di cantare lontano dal canto, le sue incursioni in territori jazz ("Trace"), la sua leggera destrutturazione della materia blues, le sue accelerate (proto)punk ("Butane", "Even"), l'apparente cacofonia di talune melodie tanto sono appassionanti all'orecchio quanto suonano come un'eccessiva idolatria verso i maestri. Non mancano cavalcate folk minimali e trascinanti ("Friends"), palesi riproposizioni di esperienze passate tra metal e hardcore ("Freud"), ballate più classiche e introspettive ("The Ballad Of Maybell") o ancora chiusure acustiche leggiadre, soavi e malinconicamente rassicuranti ("Even") o dilatate, psichedeliche e desertiche interpretazioni ("Magic Potion").
L'estrema varietà stilistica proposta nella nuova opera del musicista nato a Dorchester è certo apprezzabile, ma indice di una certa confusione tra radici, ispirazioni e volontà di espressione. Sicuramente un bel passo avanti rispetto al passato, ma non certo quello che serve per superare quella scarsezza di popolarità di cui si diceva all'inizio. Resta una voce intrigante ma che non stupisce, uno stile gradevole che non lascia a bocca aperta, un disco encomiabile, ma di cui probabilmente ci dimenticheremo presto e una sufficienza più d'orecchio che di testa.