Colour Haze - In Her Garden

2017 (Elektrohasch)
hard-psych, stoner
Prosegue l'odissea iniziata nel 1994 dalla band tedesca, tra le prime a importare il verbo stoner di Kyuss e Sleep nel Vecchio Continente, per accentuarne le radici psichedeliche e ibridarlo con la tradizione kraut di casa propria. I Colour Haze hanno così indicato la via europea all'hard-psych che ha conquistato tanti adepti quali My Sleeping Karma, Samsara Blues Experiment e Causa Sui, alcuni dei quali sotto contratto presso la Elektrohasch, fondata dallo stesso Stefan Koglek, chitarrista e cantante dei Colour Haze. "In Her Garden" è il loro dodicesimo album in studio e ribadisce l'ormai consolidata formula: infinite jam psichedeliche, la voce scarsamente presente e qualche episodio di leggera sperimentazione, sia inserito all'interno dei pezzi tradizionali che isolato a parte. Si fanno notare "Sdg - 1", un bozzetto clownesco a base di tromboni e oboe, e la chiusura della litania "Lotus", con un frenetico quartetto d'archi.

Il resto dei brani è caratterizzato dai bordoni di basso sui quali si appoggia la chitarra del leader, che costruisce riff dal sapore acid-blues hendrixiano, per poi dilatarli e lanciarsi in eterne improvvisazioni. "Black Lilly", in particolare, ricorda il mancino di Seattle; il fiume in piena di "Arbores" conduce in territori southern-rock, mentre la durezza di "Lavatera" ribadisce il legame con lo stoner americano. Poi ci sono i tre monoliti di "Islands", "Labyrinthe" e "Skydance", tutti su una media di dieci minuti: il primo in particolare mette in mostra una chitarra lisergica, carica di wah-wah e fuzz come mai nel resto del disco.

Se i classici della psichedelia anni Sessanta - Grateful Dead e Jefferson Airplane su tutti - giocavano sul dialogo tra gli strumenti e l'incastro dei suoni, la psichedelia stoner punta sul rigurgito di un magma fluido e omogeneo, in cui virtuosismo e sperimentazione lasciano il posto alla narcolessia. È in un certo senso una musica funzionale, il cui apprezzamento può cambiare completamente grazie a un concerto o a uno stato percettivo più o meno alterato. Non a caso l'ambiente in cui si suona non è indifferente alle band in questione, vedi le Desert Sessions di Josh Homme e le varie "dunajam" cui partecipano da protagonisti gli stessi Colour Haze.

Tracklist

  1. Into Her Garden
  2. Black Lilly
  3. Magnolia
  4. Arbores
  5. sdg I
  6. Lavatera
  7. Islands
  8. sdg II
  9. Labyrinthe
  10. Lotus
  11. sdg III
  12. Skydancer
  13. Skydance


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