Prosegue l'odissea iniziata nel 1994 dalla band tedesca, tra le prime a importare il verbo stoner di
Kyuss e
Sleep nel Vecchio Continente, per accentuarne le radici psichedeliche e ibridarlo con la tradizione
kraut di casa propria. I Colour Haze hanno così indicato la via europea all'
hard-psych che ha conquistato tanti adepti quali My Sleeping Karma, Samsara Blues Experiment e
Causa Sui, alcuni dei quali sotto contratto presso la Elektrohasch, fondata dallo stesso Stefan Koglek, chitarrista e cantante dei
Colour Haze. "In Her Garden" è il loro dodicesimo album in studio e ribadisce l'ormai consolidata formula: infinite
jam psichedeliche, la voce scarsamente presente e qualche episodio di leggera sperimentazione, sia inserito all'interno dei pezzi tradizionali che isolato a parte. Si fanno notare "Sdg - 1", un bozzetto clownesco a base di tromboni e oboe, e la chiusura della litania "Lotus", con un frenetico quartetto d'archi.
Il resto dei brani è caratterizzato dai bordoni di basso sui quali si appoggia la chitarra del leader, che costruisce
riff dal sapore acid-blues hendrixiano, per poi dilatarli e lanciarsi in eterne improvvisazioni. "Black Lilly", in particolare, ricorda il
mancino di Seattle; il fiume in piena di "Arbores" conduce in territori
southern-rock, mentre la durezza di "Lavatera" ribadisce il legame con lo
stoner americano. Poi ci sono i tre monoliti di "Islands", "Labyrinthe" e "Skydance", tutti su una media di dieci minuti: il primo in particolare mette in mostra una chitarra lisergica, carica di
wah-wah e
fuzz come mai nel resto del disco.
Se i classici della psichedelia anni Sessanta -
Grateful Dead e
Jefferson Airplane su tutti - giocavano sul dialogo tra gli strumenti e l'incastro dei suoni, la psichedelia stoner punta sul rigurgito di un magma fluido e omogeneo, in cui virtuosismo e sperimentazione lasciano il posto alla narcolessia. È in un certo senso una musica funzionale, il cui apprezzamento può cambiare completamente grazie a un concerto o a uno stato percettivo più o meno alterato. Non a caso l'ambiente in cui si suona non è indifferente alle band in questione, vedi le Desert Sessions di
Josh Homme e le varie "dunajam" cui partecipano da protagonisti gli stessi Colour Haze.