Il secondo lavoro di Effenberg, a due anni dall’esordio “Elefanti per cena”, è quello che con tutta probabilità riuscirà ad affermare il giovane cantautore nell’alveo della vivace e movimentata scena indie-pop nazionale. Dieci tracce che partono dalla decodifica di piccole sensazioni quotidiane, buone per continuare la rincorsa utile a non perdere il treno it-pop. Sventolando il vessillo dei vari Calcutta, Coez e The Giornalisti, Effenberg sincronizza il ritmo sulle rotondità radiofoniche e scrive piccole potenziali hit per il circuito alternativo, quali “Buddha con Napoleone” e “Orietta”.
L’immagine di copertina, probabilmente ambientata in un fiordo norvegese, con tre figure di spalle che fissano qualcosa verso l’orizzonte, introduce però quello che è il tema portante di questo album, la malinconia, ben sottolineato - ad esempio - nelle trame di “Sul mare”.
Ma a conferire la vera svolta al disco, e in qualche modo a caratterizzarlo rispetto a tante produzioni contemporanee, sopraggiunge qualche felice tocco di baustellismo, specie nel ritornello di “Altre cose degli abissi” e nella coda strumentale della conclusiva “Il cielo era un corpo coperto”.
Sono astuzie capaci di infondere una piccola scossa al lavoro, che in un paio di frangenti tende a intorpidirsi un pochino, con lievi ingenuità che immaginiamo possano essere agilmente scavallate sin dai prossimi appuntamenti in sala di registrazione del cantautore toscano. Molto buono l’artwork, concepito da Julia Wittmann: le foto interne e il booklet sono già da major.