Labile è il confine tra stupore e noia, particolarmente fragile quando la materia in oggetto è una musica dai confini evanescenti, indolente e monocromatica quanto basta per restare amabilmente in sottofondo o dileguarsi del tutto.
Pete Sagar è l’ennesimo giullare abile nel trasformare i sogni in vaporose armonie dal fascino androgino e costantemente in bilico tra elettronica e acustica.
L’ex-chitarrista di
Mac Demarco con “Helium” prova a capitalizzare il riscontro ottenuto con il precedente album “
Fresh Air”. Sotto le mentite spoglie di Homeshake continua a dispensare frammenti di
bedroom-pop, a volte più mossi ma costantemente asserviti a una musicalità rilassante, quasi soporifera.
Anticipato da tre singoli molto interessanti (“Like Mariah”,“Just Like My” e“ Nothing Could Be Better”), il nuovo album del musicista americano sacrifica all’altare dell’elettronica il tocco suggestivo e stravagante della chitarra. Ma non è l’unico elemento che soffre di questo ridimensionamento creativo: anche la voce resta assoggettata all’estetica
soft-burn di “Helium”, la sensualità e il brivido soul dei precedenti album sono sempre meno presenti.
Non è chiaro se Sagar avesse intenzioni di entrare in ambiti più sperimentali o al contrario volesse alleggerire ulteriormente le trame pop del suo progetto Homeshake.
Quel che è certo è che l’album appare liricamente meno incisivo e risoluto, le strategie strumentali falliscono a volte l’obiettivo, le tracce più convincenti restano i tre singoli e quei pochi sprazzi di compiutezza pop
lo-fi che ne ripetono la grazia.
E’ malizioso e accattivante il
groove di “Like Mariah”, ed è incalzante il
beat ossessivo di “Nothing Could Be Better”, ma la prevedibilità si impossessa degli altri potenziali
highlight dell’album (“Anything At All”, “Another Thing”), la sensazione prevalente è una voglia d’isolarsi e rifugiarsi in comode lande musicalmente innocue (gli strumentali e la soporifera “All Night Long”).
Non basta ritrovare nelle pieghe di “Other Than” il tocco chitarristico indolente e malizioso che animava gli album precedenti, né aiuta lo strambo tentativo di incuriosire l’ascoltatore con un mix di voci in “Salu Says Hi”.
Bisogna attendere il finale, affidato a una
secret track, per riassaporare fino in fondo tutte le peculiarità del progetto Homeshake: troppo poco per un musicista che mira a rendere più dolce il tepore ideologico contemporaneo.