Sono passati sette anni dall'ultimo album dei
Avenged Sevenfold e il nuovo “Life Is But A Dream…” viene subito presentato come il grande ritorno dei paladini dell'alternative
metal post-2000. Scritto durante la pandemia Covid e immaginato come un
concept addirittura su Albert Camus (l’autore di “La peste”, per intenderci), “Life Is But A Dream…” lascia trasparire una certa ambizione da parte del quintetto californiano.
Al primo impatto, però, l'impressione è quella di un guazzabuglio di idee non amalgamate tra loro, se non da una tecnica sfoggiata senza che vi sia un’idea che la giustifichi. E dopo vari ascolti la prima sensazione non è mai cambiata. “Game Over” è un esempio calzante di caos non organizzato che passa da chitarre acustiche spagnoleggianti che svaniscono dopo pochi secondi a una sfuriata
thrash con assoli che sembrano messi un po’ a caso ovunque e a un finale quasi da
crooner anni 50 (senza averne le necessarie qualità). Insomma, una maionese impazzita davvero indigeribile. “Mattel” non è molto diversa, anche se si apprezzano le interessanti intrusioni di tastiere.
Sembra che gli Avenged Sevenfold abbiano messo tutto dentro, dal quasi-plagio dei
Dream Theater di “G” o addirittura ai
Daft Punk con “(O)rdinary”, sino al tentativo di ballata vintage simil-orchestrale di “Cosmic”. Questa baraonda, mai davvero convincente, conduce al finale totalmente inatteso di “(D)eath”, in cui M. Shadows si traveste da Frank Sinatra (senza ovviamente esserlo), e alla
title track, quattro minuti di pianismo classico che portano un po’ di ossigeno in un lavoro fin troppo asfittico.