Berlino è uno dei centri nevralgici per gli amanti della musica elettronica, un luogo magico nel quale si incontrano mode, tendenze e musicisti provenienti da ogni angolo del mondo. Unhuman (Emmanouil Simotas è nato in Grecia) vive lì da tempo, così come Petra Flurr, attivista
queer di origini iberiche che abbiamo già conosciuto nel valido "
Trübe Stadt" (2022), disco realizzato a quattro mani con il messicano Carlos Grabstein, in arte 89s†.
"Mala Vida" è la seconda collaborazione sulla lunga distanza tra Unhuman e Petra Flurr, dopo l'esperienza in parte acerba di "Cause Of Chaos" (2020), un lavoro nel quale si intuiva quella voglia di condensare
Electronic body music, retaggi
(post)punk e tentazioni di marca techno. Questa volta, però, i contrasti emergono a dovere, lasciando maggior spazio alle distinte personalità dei due musicisti in esame: è il caso dell'
opener "Labyrinth", un passaggio supportato da una base strumentale alquanto acida e dalle
vocals istrioniche di Petra Flurr, ancora una volta capace di cambiare registro adattandosi perfettamente alle trame tessute dal suo collega ellenico. Tornano in mente gli
Alien Sex Fiend (ovviamente in una versione aggiornata al presente), così come molte altre proposte di derivazione
80's che hanno saputo sperimentare portando tali sonorità ai limiti dell'industrial (questa sensazione emerge tra le note di "No Excitement" e nella conclusiva
title track, un sinuoso nonché nerissimo epilogo cantato in spagnolo).
La componente
body music è presente in dosi massicce, soprattutto quando Unhuman si focalizza sul
beat più incalzante ("Brechreiz", "Unzivilisiert" ma anche "Nasenbluten"), un tris di ottima fattura in cui Petra Flurr riscopre (tanto per cambiare) il suo amore per la timbrica del compianto Gabi Delgado (i
DAF restano un punto di riferimento non trascurabile).
Grazie alla discreta varietà dei brani (se "Short Life" ospita gli ucraini Garden Krist, "Rush" offre spunti insolitamente melodici), "Mala Vida" si rivela un disco ben superiore al suo predecessore, proprio grazie a questo scontro definitivo tra corposità
dark-electro e continue oscillazioni
genderfluid - ora marziali ora più androgine - dietro al microfono.
Loro la chiamano
queer death techno, voi chiamatela come vi pare, tanto funziona a prescindere dalle etichette.