Non esiste ambito stilistico che non sia soggetto o addirittura vittima dei propri cliché: dall'
easy listening all'avanguardia più ostica, è un continuo rifugio creativo, dove a fare la differenza sono a volte piccoli dettagli, momenti di fulgida ispirazione, o innata genialità. Non è immune da siffatta considerazione anche il termine
post-rock, riesumato e sepolto a fasi alterne ma mai del tutto assurto a nuova vita.
Inutile chiedere ai Dead Bandit di essere portavoce di una rivoluzione mai annunciata, dopotutto il cantautore americano Ellis Swan e il polistrumentista canadese James Schimpl avevano già definito lo spettro sonoro della loro proposta con l'esordio "From The Basement", con atmosfere in bilico tra
noir e
murder ballad, evidenziate da raffinati e avvolgenti
landscape sonori dove morbidi
feedback, fioche immagini da colonna sonora e
riff in graduale espansione davano forma a sonorità alquanto avvolgenti.
Con "Memory Thirteen" il duo mette a punto con maggior spessore la formula, infettando di
kraut-rock il crescendo ritmico al rallentatore di "Two Clocks", di atmosfere
lounge-noir la breve "Perfume" o di inquiete trame
western-
gothic l'ipnotica "Circus".
La musica dei Dead Bandit è continuamente in bilico tra accenni melodici e rarefazioni. I tempi ritmici solenni a volte risultano gradevolmente affini a sonorità
slowcore (la
title track), la potenziale staticità post-rock è infranta da lampi chitarristici ("Blackbird"), da fumose trame di
feedback ("Peel Me An Orange"), da inedite influenze
dream-pop ("Wabansia") e singolari richiami al neo-surf dei Raybeats ("Somewhere To Wait"). Tanta carne al fuoco è gestita da James ed Ellis con una costante attenzione al giusto dosaggio di note e ornamenti: sgranate sonorità cosmic-folk ("Quickscene") e pallidi amplessi tra sintetizzatori e chitarra acustica ("Revelstoke") richiamano l'attenzione dell'ascoltatore fugace, anticipando la rovente "Blowing Kisses", una fuga melodica su tempi ritmici in bilico tra
motorik kraut e
hip-hop, un brano che proietta l'album verso il futuro, non prima di lasciare alle ultime gracchianti e fumose note di "Across The Road" la chiusura di un riuscito e per nulla accomodante nuovo capitolo della musica post-rock più solenne e dolente.