Dalla mitica stagione
northern passando per le sofisticazioni di
Simply Red e
Dexys Midnight Runners, dalla maturità di
Sade e
Swing Out Sister verso gli
anni Novanta di Gabrielle e Des'ree, per finire al successo planetario di
Adele,
Amy Winehouse e
Duffy, il
soul ha trovato ogni decennio in Regno Unito esponenti capaci di trasferirne e rinfrescarne forme e messaggi, diventando, ben più di tanti altri generi, una delle colonne portanti della musica popolare britannica.
Dopo qualche anno di lieve flessione e spostamento verso altri lidi, anche gli anni Venti di questo secolo non rinunciano a trovare i loro interpreti, e lo fanno attraverso una voce dotata di raro garbo e gentilezza. Classe '99, già un disco all'attivo che l'aveva posta due anni fa come promettente interprete di un soul classico, impostato sui modelli degli
anni 60, con “The Art Of Loving” Olivia Dean compie un atteso passo in avanti e personalizza la sua proposta, alla volta di una convincente combinazione di romanze pop e più sofisticati moti dell'anima. Quanto serviva affinché la giovane londinese esportasse la sua
ars amandi fuori dai confini del Regno Unito e si garantisse un successo internazionale.
Erede spirituale della prima
Corinne Bailey Rae e di
Lianne La Havas, con cui condivide il soffuso calore espressivo e l'adozione di elementi folk, Dean compatta in brani snelli una voce che non ha bisogno di sprechi d'ugola o grossi supporti d'arrangiamento per lasciar trapelare tutto il suo trasporto. Si mostra così interprete precisa, a suo agio tanto nei momenti di maggiore riflessività (la pacata dimensione
smooth di “Lady Lady”, il singolo di lancio) quanto in quelli dove l'emozione lascia il passo a una delicata leggerezza.
“Man I Need”, la hit che ne ha ampliato l'utenza a livello mondiale, riesce a presentare una cantautrice che sa giocare col ritmo, modulare i costrutti del pop (anche sintetico, a un passo dalla
Jessie Ware degli esordi) piegandoli alla cortese fermezza di una voce che tutto domina, che siano desideri di reale comunicazione o gli strascichi di una libertà faticosamente mantenuta (i lievi tocchi 2-step di “Something Inbetween”).
L'amore di Dean si mantiene solido in punta di chitarra (gli accenni bossa nova all'avvio di “So Easy”), corteggia una maggiore corposità di
sound (la coralità velatamente
funky di “Baby Steps”), sussurra ninne nanne a se stesso, anche quando tutto pare finito (“A Couple Minutes”).
In fondo, l'arte di amare non conosce tempo o contesto, può esplicarsi bene tanto nel passato quanto nella contemporaneità, basta che chi la manovra sappia gestirne i diversi codici, leggerne le differenze e amalgamarle a suo modo. Ancora non ha forse il polso per pubblicare il manuale definitivo, nell'essere però portavoce così elegante del nuovo soul britannico Olivia Dean sta già scrivendo pagine interessanti.