Royel Otis - Hickey

2025 (Capitol)
alt-pop, indie-rock
Secondo album per la coppia di giovani musicisti australiani formata da Royel Maddell (dei due, è quello con i capelli biondi che coprono strategicamente il volto) e Otis Pavlovic (dei due, è quello che canta). I loro nomi compongono la singolare ragione sociale adottata dal duo che, dopo la pubblicazione di "Pratts & Pain" e il tour che ne è conseguito, è diventato una delle più grandi promesse della scena indie-rock contemporanea. E in effetti si è sviluppata una certa attesa per "Hickey", disco anticipato da tre singoli che dal punto di vista stilistico poco si discostano da quanto finora pubblicato, caratteristica che diventa al contempo il maggior punto di forza ma anche il principale limite di un lavoro senz'altro piacevole e ben costruito, ma che non riesce a spostare ulteriormente in alto le quotazioni del gruppo.

Come nel caso di "Pratts & Pain", anche in "Hickey" i riferimenti musicali dei Royel Otis risultano molto evidenti: dalle chitarrine à-la Cure evocate nell'iniziale "I Hate This Tune" alla malinconica spensieratezza che fa molto Parcels (australiani come loro) di "Good Times", dal profilo Tame Impala (altri australiani, evidente la presenza di una matrice comune: sarà la spiaggia?) di "Come On Home" ai tastieroni anni Ottanta che introducono "Who's Your Boyfriend". E poi i tre singoli, "Moody", "Car" e "Say Something", perfetti per far saltare tutto il pubblico in aria la prossima estate nelle arene dei festival ai quali senz'altro parteciperanno, situazione dove le loro canzoni funzionano al meglio.

Con le tredici tracce di "Hickey" si balla sprofondando nella nostalgia, ci si guarda negli occhi e ci si abbraccia teneramente, cullati da un suono perfetto per fungere da sottofondo a un indimenticabile tramonto arancio. Royel Otis è un progetto indie-pop-rock dal taglio "generalista", in grado di poter piacere davvero a tutti, e questa potrebbe diventare la chiave per un successo grande e duraturo. Ma non scorgendo dentro "Hickey" potenziali hit memorabili, il rischio è che ai loro concerti i brani più attesi (oltre a "Oysters In My Pocket", la canzone che resta la più ascoltata sulle piattaforme in streaming) continuino a essere le due azzeccatissime cover che di solito il duo propone: "Murder On The Dancefloor" di Sophie Ellis-Bextor e "Linger" dei Cranberries.

Tracklist

  1. I Hate This Tune
  2. Moody
  3. Good Times
  4. Torn Jeans
  5. Come On Home
  6. Who's Your Boyfriend
  7. Car
  8. Shut Up
  9. Dancing With Myself
  10. Say Something
  11. She's Got A Gun
  12. More To Lose
  13. Jazz Burger






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