Per Kai Slater è stato un anno ricco di soddisfazioni e di traguardi artistici. Dopo aver deliziato i nostalgici degli
anni 80 con i
Lifeguard e il grintoso album “Ripped+Torn”, il musicista compie un ulteriore viaggio nel tempo spostando l’asse verso i primi
anni 60 e i
Beatles con l’album “Ballon, Ballon, Ballon” a nome Sharp Pins.
Ancora una volta all’effetto nostalgia l’artista aggiunge una verve e una qualità della scrittura che allontanano la pura speculazione passatista, anche se il secondo album degli Sharp Pins è più vicino a certe incursioni pop-psych dei
Guided By Voices e alla filosofia
lo-fi che all’estetica beat.
Con un brano potente come “Popafangout” l’album promette faville, ben presto confermate dalle ariose trame alla
McCartney di “(I Wanna) Be Your Girl” e dalla potenziale hit in perfetto stile anni 60 “I Don’t Have The Heart”. Cascate di accordi di Rickenbacker (“Queen Of Globes And Mirrors”) e cori in stile surf-beat (“Crown Of Thorns”) garantiscono alle ventuno tracce un’eterogeneità che a un primo, fugace ascolto è stemperata da una produzione forse un po’ nebulosa.
I tanti riferimenti musicali dell’album sono voluti e perfino esasperati e a volte i rimandi si fondono fino a confondere le acque con “I Could Find Out”. Kai Slater non lesina in quanto a
riff e citazioni, spostando l’attenzione anche ad altre fenomenologie
sixties come gli
Who e la scena mod (“Takes So Long”), cedendo anche alla tentazione di citare anche la realtà post-Beatles (“Gonna Learn To Crawl”).
Riff micidiali (“Stop To Say Hello”), accenni power-pop (“Fall In Love Again”), melodie spezzacuore (“Talking In Your Sleep”) e piogge di
fuzz guitar (“I Don't Adore-Youo”) mettono in fila una delle operazioni nostalgia più riuscite, passando dagli
Zombies ai
Big Star e intercettando i Cleaner From Venus e gli Hollies. Inoltre, Kai Slater veste le canzoni con quel briciolo di ironia e distacco emotivo necessari per candidare “Ballon Ballon Ballon“ come un pregevole progetto di
music for fun. Maneggiare con spensieratezza.