Dopo l’acclamato “Softscars” (2023), che aveva segnato l’approdo di Yeule a Ninja Tune e una certa attenzione per le sonorità anni Novanta, le aspettative per la nuova tappa musicale dell’artista di Singapore si erano alzate. Anche perché Yeule ha costruito il proprio immaginario artistico-musicale su quel crinale in cui l’innovazione tecnologico-digitale si incontra con le aspettative messianiche e apocalittiche; un background oltremodo propizio e stimolante, alla luce degli ultimi avvenimenti in campo tecnologico e politico, con l’intelligenza artificiale che compare nelle vite di tutti i giorni e la sorveglianza digitale e il controllo dei dati che diventano argomenti politici ed economici.
“Evangelic Girl Is A Gun” si presenta più oscuro del predecessore, mettendo da parte i neon più colorati per un immaginario cybergotico, freddo e cupo. A ciò corrisponde un maggior protagonismo degli strumenti a corda rispetto a synth ed elettronica. I nuclei tematici intorno a cui ruotano i testi dell’album sono tutti ben coperti dal pop contemporaneo: l’identità e la trasformazione, la forza e la vulnerabilità, le relazioni e i legami intensi ma (auto)distruttivi, una certa spiritualità hi-tech, il tutto trattato con un certo taglio onirico e dark.
“Tequila Coma”, il brano di apertura, è debitore del trip hop nineties più cupo e claustrofobico; a circa metà della traccia, al cantato languido fa da contrappeso una chitarra distorta che aumenta la tensione. “The Girl Who Sold Her Face” la alleggerisce un po’, grazie a una sonorità più pop, che ritroveremo spesso e volentieri nell’album, soprattutto nei momenti più ritmati (“Eko”, “Dudu”, la title track). Tra i vari pezzi, spicca “1967”, che si mantiene sempre su sonorità trip-hop ma anche dubstep; e pure “Evangelic Girl Is a Gun”, uno dei momenti più electro dell’album.
L’impostazione visuale di “Evangelic Girl Is A Gun” non trova del tutto riscontro nella musica, che è meno oscura di quanto copertina e video correlati ai brani facessero pensare. Alla fine è un buon pop, che più che rappresentare ed esplorare le angosce tecnologico-spirituali, ci gioca sopra rimescolando tematiche contemporanee e generi musicali. L'album ha un suono molto curato e capace di gestire le influenze con cui dialoga, dalle sonorità nineties già citate ai momenti più pop e per certi versi rock. Merito anche del lavoro dei diversi produttori coinvolti nel progetto (A.G. Cook, Clams Casino, Mura Masa) e anche della scelta di non appesantire troppo un disco rispetto al quale forse l’ispirazione iniziale non doveva essere particolarmente abbondante. È infatti il più breve dei lavori di Yeule, con soli 31 minuti complessivi. Che sono più che sufficienti e anzi dosati con saggezza. Senza strafare.