Nato come costola di Cities Aviv, African-American Sound Recordings è il versante hauntologico di Gavin Mays, rapper di Memphis noto per la letargia cloud rap. Una scrittura dai connotati eterei ma sempre hip-hop, che lascia intuire poco un esito come quello di "Black Fatigues": orientato alla ricerca sonora e con un formato quasi da studio diary, i fruscii di Cities Aviv suonano come una grammatica di ombre e nastro consunto, quasi fosse uscito per Enmossed o imparentato con il Rod Modell più amorfo.
Sagomato secondo gli stilemi di un lavoro essenziale, fatto di loop sinistri e del calore analogico di un supporto deteriorato, l'opera si muove come un collage in bianco e nero di oggetti sonori strappati al loro contesto e restituiti sotto forma di micro-lacerazioni, delay ipnagogici e sintetizzatori dal tocco letargico. A tratti affiora una parentela con The Caretaker, ma al posto del collasso mnemonico qui domina una forma più algida di annichilimento, fredda come un fantasma.
Ne emerge una nostalgia avvolgente, che si distende in chiave notturna; il disco procede tra sample pitchati verso il basso, basse frequenze in primo piano e alte quasi del tutto cancellate, se non nel pulviscolo continuo del supporto. Seppur in senso lato, il legame con Cities Aviv permane, traslato in un linguaggio più umbratile, quasi eerie nel senso fisheriano del termine; fa eccezione la conclusiva "Fully", transizione verso una black music radiosa. Ed è per questa abilità che a Mays non si può che dare onore.