Il loro ritorno è cosa certa, ma in quale forma è difficile prevederlo. Bent e Snah non manifestano infatti alcuna voglia di smettere e puntualmente rimettono in circolo il loro marchio con una nuova uscita discografica e relativo infinito tour. E se negli ultimi anni le vie scelte sono state quelle della divagazione psych-folk (“
Yay!”), dei ripescaggi d’archivio (“
Neigh!!”) e della ripartenza autoreferenziale (“
Motorpsycho”), per il 2026 tocca alla mai sopita passione per il suono
seventies e all’immaginario
sci-fi fare da padroni. Ingredienti che pescano a piene mani da un passato epico per essere filtrati attraverso l’impronta
Motorpsycho.
“The Gaia II Space Corps” torna dunque agli albori dell’
hard-rock, ma lo fa iniettando in quella materia le sfumature della vena
psych di cui i nostri sono maestri indiscussi, proponendo così un
sound decisamente vintage, ma non manierista. Eppure la cavalcata inarrestabile di “Fanny Again, Or” – primo singolo dell’album – sembra andare nella direzione dell’omaggio nudo e crudo con i suoi
riff zeppeliniani, ma basta arrivare alla successiva “The Great Stash Robbery” per ritrovare la dimensione lisergica e lo sguardo proiettato verso le profondità del cosmo. E se “TSMcR” disegna un
blues sbilenco, ampliando ancora il raggio d’azione, è con “The Hornet” e “The Oracle” che risplende con pienezza il verbo dello
Psychoverse.
Tocca a Reine Fiske e Olaf Olsen – oltre al solito Deathprod in cabina di regia - dare man forte ai due in questo viaggio insolitamente conciso, tiratissimo, la cui chiusura, affidata alla riproposizione di “Black As Night” dei Forst, certifica l’avvenuto tuffo in un passato glorioso, rivisto sotto la lente di un duo che non smette di amare la musica e a cui non si richiede altro che continuare a essere se stessi.