underscores - U

2026 (Mom + Pop)
bass-music, electropop, r&b
Ad aver prestato un orecchio, nemmeno troppo attento, a diversi tra i progetti più caldi in materia di pop elettronico e dintorni (tra i tanti un certo “Choke enough” di Oklou e “Stardust” di Danny Brown) il nome di April Harper Grey, meglio nota come underscores, vi sarà inevitabilmente balzato all'occhio. Non che la giovane producer e cantautrice californiana sia spuntata fuori solo in quest'ultimo biennio: già “Wallsocket”, distopico concept-album a cavallo tra tentazioni rock, scorie country e abrasive staffilate digitali, aveva fatto il giro degli appassionati della Rete, grazie al suo ampio respiro narrativo e all'imprevedibilità delle sue scelte sonore/estetiche. Resta il fatto che è soltanto nelle ultime stagioni che il nome della musicista ha cominciato a fare il giro dei circuiti pop alternativi di peso, mostrando tutta la sua prodigiosa capacità di adattamento e il potenziale ricombinante.
Arrivato dopo un filotto di singoli che ne hanno spinto ulteriormente la ricerca verso i costrutti della canzone popular, “U” è album dalla compattezza paradigmatica, meccanismo a orologeria che offre uno spaccato fedele della rapida evoluzione stilistica di Grey, qui abile nel rimescolare il suo duttile arsenale elettronico alla luce delle produzioni hi-tech di fine anni Novanta e dell'r&b del decennio successivo.

Anche con una maggiore linearità, lo spirito febbricitante della sua musica rimane intatto. Lo dimostra perfettamente il primo singolo di lancio, “Music”, a tirare fuori dai cassetti i frastagliati esordi digitali ma corredarli di una produzione opportunamente rinnovata: il battito si fa ancora più serrato, i bassi risuonano con una frequenza da far impallidire Skrillex, i tocchi hyper si frammentano in mille piccoli rivoli sonori, a tappezzare la progressione di un'euforia diffusa. Su di essa Harper imbastisce la melodia più eccitata della sua carriera, l'entusiasmo della creazione musicale che si interseca a doppio filo col trasporto di una nuova conoscenza. Avrebbe potuto essere il pretesto per buttarla in caciara, ma la precisione della musicista è tale per cui il climax conclusivo sublima l'intero tripudio sonoro.
È questa una peculiarità di tutto il disco, la spinta verso i massimi estremi emotivi, i saliscendi umorali a contrassegnare più volte anche lo stesso brano, fermandosi sempre un attimo prima che si arrivi all'eccesso. “Hollywood Forever” in tal senso rappresenta il culmine dell'album intero, il compimento di un'estetica che sa compattare la complessità del suo sound con una forte impronta emozionale. Feroce critica all'iperconsumismo e all'ipocrisia di chi punta il dito (pur partecipando agli stessi meccanismi sociali), parte in slancio con una sorniona progressione trance-pop, piena di timbri in rincorsa e modulazioni chitarristiche, prima che un bridge estatico ne muti gli assetti e trasformi il brano in un'euforica esplosione hyper. La coda, implacabile nel mantenere immutati i Bpm, evidenzia perfettamente i postumi della precedente esaltazione, mostrandone tutti i detriti.

Anche a non presentarsi con una simile foga, il pop targato underscores si poggia su fondamenta solide, comprende pienamente i meccanismi delle hit di venti-venticinque anni fa, adattandone le logiche a un ventaglio elettronico comprensibilmente più evoluto. Lo dimostrano brani quali “Innuendo” e “Do It”, capsule del tempo che trasferiscono il lessico dell'r&b di inizio Millennio in un prisma fatto di diffrazioni timbriche, ostinati improvvisi, bassi che giungono da ogni dove. Eppure rimane sempre centrale il dato melodico, la forza di una comunicazione popolare che rispetto ai trascorsi puramente digitali qui viene fuori in pompa magna.
Dotandosi di echi dei Fleetwood Mac anni Ottanta, “Bodyfeeling” mostra tutto il carattere di una scrittura che non ha timore a mettersi a nudo, decisamente a suo agio anche con pattern sonori ben più lineari. E se le mareggiate elettriche di “Wish U Well” provano a opporsi alle fioriture liriche, il brano fa presto a evidenziare la sua caratura e portare in superficie tutto il suo doloroso contenuto, chiudendo l'intero album con un momento che dà nuovo lustro alla lezione di Brandy Norwood.

In poco più di mezz'ora, underscores chiarisce agilmente tutta la forza dell'armamentario produttivo a sua disposizione, il perimetro d'azione che ingloba sempre più elementi senza perdere di vista la visione complessiva. Dopo l'acclamazione a livello indipendente, “U” stacca il biglietto per platee ben più grandi.




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