Dite che, forse, d’estate, sotto gli ombrelloni, dovrei tirarmi a lucido e spararmi nel
walkman (no, l’
i-pod non l’ho mai comprato, fa troppo figo!) qualcosina di rinfrescante, tonica, danzereccia? Ebbene, non sopporto questa logica consequenzialità.
Il sole, il mare e, naturalmente, “Boneraiser” dei Robe., ovvero l’ultima istantanea dell’inferno, da Columbus, Indiana. A regalarcela, tre giovincelli stanchi della noia pestifera di quei luoghi dimenticati dal Signore: Adam Cooley (chitarra, tastiere, xilofono), Kyle Willey (basso, programmino) e Aaron Booe (trombone).
Alla confluenza tra
power-electronics, musica industriale e
noise-doom glaciale, i Robe. stabiliscono nuove coordinate di ferocia psicologica, senza strafare in fatto di cazzeggi a vuoto, anzi, mostrando un controllo della materia sonora che li pone ben al di sopra di molta gentaglia che manipola rumori e strumenti mentre, magari, se la spassa coi
videogame (o con qualcos'altro...). Ciò che affascina in questi 75 minuti di incubi senza fine è la compattezza delle intenzioni, il livello dell’ispirazione, la voglia di mostrare al mondo in che razza di vicolo cieco si sia infilato.
Robe. è anagramma di “bore”, annoiare. Ed è la noia, infatti, il sentimento da cui questa musica prende le mosse. Una noia costretta a rivelarsi senza remore, attimo dopo attimo, in un piano-sequenza che non ammette distrazioni dell’anima, a forza tirata in ballo per prendere coscienza di questa “malattia” subdola e assassina.
E’ come ascoltare, insomma, una serenata marcescente (“Serenade In Black”, tra laviche colate
dark e assoli
Albini-ani in fonderia) messa su per spettri depressi, mentre un albeggiare sinistro, portata via la notte, rivela un altro giorno inutile. Dietro le maschera, la vita è questa desolazione senza fine, che solo dei
Throbbing Gristle, disperati eroinomani e a spasso per i sobborghi più lerci della Los Angeles di “Blade Runner”, potrebbero egregiamente raffigurare. Una musica che parla di un dolore indicibile, dove anche la magniloquenza è sempre straziata e flagellata dalla sua stessa inconsistenza temporale (“Dark Light Cavern”).
In seguito, nell’
ambient catacombale della
title track, giochi di luce-suono simboleggiano eventuali vite ulteriori, dimensioni incomprensibili che pullulano nell’universo senza senso. Ma potrebbe anche essere la colonna sonora del corpo liberato dallo spirito, privo di vita in un angolo. Palesata l’influenza degli
Stars Of The Lid, il trio, però, non esita un attimo a metterne in luce le sfumature più drammatiche e tenebrose, tanto che in “Luna Decayed” l’
ambient è solo un derelitto sub-strato dilaniato da esplosioni radioattive e tempeste solari.
Il gorgo disumano di “Hex Spell” e il
Prurient cavernicolo di “Trabecular” sono, invece, carne viva di pulsioni omicide traslate in sonica disperazione. E se l’odissea industriale di “Spirit Flame”, ulteriormente protesa a squarciare, in profondità, il velo di Psiche, a conti fatti “materializza” il suono in un incrocio di
concrete musique e
free-noise al vetriolo (come dei
Big Black frullati insieme a pezzi di
Einsturzende Neubaten), la dilatazione para-sinfonica di “Lavos”, con le sue turbe da
kammerspiel terminale, non fa altro che ripetere, sommessamente, il mantra della fine imminente…
Buone vacanze.