Shelleyan Orphan - We Have Everything We Need

2008 (One Little Indian)
folk-wave

Un epifanico ritorno quello di Caroline Crawley e Jemaur Tayle, inglesi di Bournemouth, che nel 1983 hanno unito i loro destini artistici sotto il nome magico di Shelleyan Orphan, preso dal poema “Alastar” di Percy Bysshe Shelley, scritto nel 1815.
Esordirono un paio d’anni più tardi, in un’epoca, quindi, non propriamente propensa a quello che oggi chiameremmo neofolk, con un album che ancora oggi lascia un indelebile segno: “Helleborine” portava arrangiamenti inconsueti, neoclassici, usando strumenti da musica cameristica barocca assieme a strumenti folk inusuali ed esotici; adagiati su questi suoni estatici e diafani si abbandonavano a testi colti e profondamente, insolitamente poetici, fortemente ispirati al tardo romanticismo inglese, ma anche a Shakespeare. Il tutto in un irripetibile affresco preraffaellita, tradotto in linguaggio musicale. E, non a caso, i preraffaelliti erano così cari ai surrealisti...

Né con il successivo “Century Flower” né tantomeno con il terzo “Humroot” riuscirono a ricreare l’equilibrio dell’esordio, anzi, nemmeno ci provarono, orientandosi verso un sound più pop (infatti vendettero assai di più) e abbandonando Oberon e Titania nei loro boschi metafisici.
Sciolta la band, i due si unirono a Boris Williams dei Cure in un progetto pop molto piacevole ma troppo raffinato, ancora una volta, per un vero successo commerciale. Babarac, questo il nome della nuova band, registrò un solo album nel 1998. Nel 2000 una breve reunion per un tributo a Tim Buckley.
Diciassette anni più tardi, ecco il loro album migliore dopo “Heleborine”. Questo nuovo “We Have Everything We Need” parla lingue diverse tra loro quanto il folk, il pop, l’avanguardia, il country, la classica...

“Host” sembra un'outtake dal capolavoro d’esordio: Caroline, accompagnata dalla sua vielle e dall’harmonium, canta di un’apparizione onirica con spettrale melanconia su droni acustici di ipnotici tappeti barrett-floydiani. “I’m Glad You Didn’t Jump Out Of The Car That Day” è una complessa pop-song condotta dalla voce dal sapore lennoniano di Jem. “I May Never” vede ancora Caroline da sola al piano, accompagnata dall’Orchestra (una vera, la mitica National Orchestra di Budapest, registrata proprio in Ungheria): una ballad incantata per una poetica riflessione sullo scorrere del tempo. “Beamheart”, un vero capolavoro, uno dei brani migliori dell’album, sembra anch'esso tratto da “Helleborine”: la voce di Caroline pare rilasciare emozioni come petali di fiori in un dipinto di Waterhouse.
“Bodysighs”, poi, condensa in una canzone una piccola opera pop, mentre “Judas” - un altro tra i brani migliori dell’album - porta ombre cremisi e sapori speziati nell’arrangiamento complesso che ricorda un po’ la cinematica voluttuosità di Alison Goldfrapp di “Felt Mountain”; infine, “Something Pulled Me” è un’insolita ballad country e la floydiana “Evolute” vede Jem alla chitarra acustica accompagnato da tablas e archi beatlesiani.

I testi di Caroline Crawley sono forse meno complessi e simbolisti rispetto a un tempo, ma hanno conservato l’originalità espressiva e lo spessore poetico, spostandolo semmai verso un’oggettività più reale e tangibile.
Un’ultima nota merita la copertina shakespeariana, giacché proprio quell’atmosfera da “Sogno di una notte di mezz’estate”, qui evocata dalla maschera a testa d’asino indossata da Jem, ben rappresenta lo spirito di Shelleyan Orphan: territori ove talvolta le cose non sono come paiono e ove l’apparente inganno è facile tentazione.
Un ritorno notevole. Welcome Back & Hats Off!

Tracklist

  1. Bodysighs
  2. How A Seed Is Sown
  3. Judas
  4. Something Pulled Me
  5. Evolve
  6. Host
  7. Your Shoes
  8. I'm Glad You Didn't Jump Out Of The Car That Day
  9. I May Never
  10. Bearnheart
  11. Bosom
  12. Everything We Need

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