Sono passati sei anni dalla prima uscita a nome Star Of Ash, incarnazione solista della versatile musicista norvegese Heidi Solberg-Tveitan. Solo dopo la fine dell'avventura dei Peccatum, la band avant-metal condotta insieme al marito Ihsahn (già leader degli Emperor) la fascinosa sirena nordica ha avuto modo di re-indossare i panni noir della sua creatura solista, dando finalmente un seguito allo splendido debutto "Iter.Viator", edito nel 2002 dall'etichetta degli Ulver, la Jester Records.
Ancora più corposi rispetto al primo album sono i magniloquenti arrangiamenti di archi e tastiere, ulteriormente arricchiti da basso e chitarre (a cura di un ospite d'eccezione come Markus Reuter) e dai puntuali contrappunti della batteria di Knut Aalefjer, già all'opera con gli Ulver e gli stessi Peccatum. E' un respiro fortemente cinematografico ad alimentare il viaggio di "The Thread". In parecchi brani Heidi Solberg mette la voce dietro le quinte, limitando i suoi interventi canori a pochi e significativi momenti: come il climax conclusivo di "The World Spins For You", brano avvincente ed emozionante, che impegna l'intero armamentario strumentale utilizzato nel disco e risplende per eleganza in un'opera che pure fa della raffinatezza il suo vanto maggiore.
Dove invece "The Thread" evidenzia qualche crepa è negli articolati brani centrali, nei quali Heidi Solberg esplora i generi più disparati con idee valide ma un po' confuse come in "Drag Them Down" o nell'ibrido di glitch, trip-hop e post-rock "The Snake Pit". La compositrice pare più a suo agio invece quando si traveste da sofisticata songwriter, pennellando due ballate come "An Apology Gone Bad", dal gusto retrò, e la bella "Crossing Over", che oltre ad avvalersi del fondamentale contributo vocale di Kris Rygg degli Ulver introduce anche elementi folk, grazie al fiddler Knut Buen, già al fianco di Heidi e suo marito Ihsahn nel recente esperimento folk-metal Hardingrock.
Tanta è la varietà di stili attraversata da questo album, anche all'interno dei singoli brani, che alla fine si resta tanto ammirati quanto freddi. Uno scenario affollato di strumenti, variazioni, esplorazioni e ospiti illustri, nel quale la bellezza formale è prepotente e innegabile, e nel quale non mancano momenti capaci di stagliarsi nella memoria, ma sembra come mancare una forte impronta di fondo capace di amalgamare così marcate differenze tra le singole parti. E d'altronde non era forse la coerenza che interessava a Heidi Solberg, che si permette pure di chiudere l'opera con un brano neoclassico condito dallo spoken word di Kenji Siratori, scrittore cyberpunk giapponese che da qualche tempo appare come il prezzemolo in una miriade di album sperimentali.
Un lavoro disordinato, che ha il pregio dell'eleganza e il merito di fuggire da facili categorizzazioni. Difficile però innamorarsene.