The Simple Carnival - Girls Aliens Food

2008 (Sundrift Records)
pop, songwriter
The Simple Carnival è il progetto solista di Jeff Boller, un giovane autore da Pittsburgh, Pennsylvania, con le idee chiare e in assoluta autarchia artistica (a suo dire forzata – non avendo trovato nessuno, curiosamente, con cui spartire la sua ossessione melodica - ma siamo certi, una solitudine anche ambita e necessaria...).

Dopo le prime canzoni, tra 2001 e 2005 (raccolte in mono, su “Sonic Rescue League Vol 1”), è poi la volta di un paio di Ep(“Me and My Arrow” e “Menlo Park”): scremando e limando una cinquantina di pezzi composti, Boller ha modo di affinare la propria, peculiare penna pop. Nel 2008 il progetto salpa su Cd, via Sundrift Records, con “Girls Aliens Food”, che si rivela una sorprendente prova di vitalità e di raro talento melodico.
Non è consueto, infatti, imbattersi in qualcuno in grado di suscitare memorie él Records tanto quanto Burt Bacharach, Beach Boys, Pea Hicks, Sean O’Hagan e Ben Folds senza, in quella mezz'ora, farli rimpiangere munendosi di poca, avveduta, chincaglieria strumentale.
Jeff Boller è un autore che, come spesso accade, pare apparso dal nulla, il cui stile descrittivo dolce e facile, sottile e minuto, coniuga felicemente decorativismo strumentale e songwriting agitato e sensibile. Una forma deliziosa e calibrata, tutta dolci sussulti e toni graduati, che ha fatto breccia in personalità come Margo Guryan e Louis Philippe.

“Really Really Weird”, la formidabile apertura d’album (anche oggetto di un remix contest), è una giostra pop squillante e siderale, che eccita lontane eredità soft-pop con gusto attuale; in un accumulo e sfavillio tale da far regredire Todd Rundgren all’infanzia. Questa delizia spaesata effusa, va oltre, poi, in “Over Coffee and Tea”, tutta apparenti linearità di gesti e contrasti marcati.
Se “Nothing Will Ever Be As Good” è la personale sinfonia di Jeff Boller a Dio, ovvero la sua autografa, minuziosa sintesi di “Smile”, “Caitlin's On the Beach”, “Cocktails” e “Flirt”, semplificano nuovamente il linguaggio, concentrando gorgheggi sensitivi e ritornelli d’impatto in semplici quanto efficaci collage di bossanova, jingle televisivi, carillon, gizmo, kazoo, marimbas e theremin elettrico; trafugati in stato di trance, da estasiate memorie infantili.

Un tuffo al cuore arriva all’improvviso, negli emozionali abbagli figurativi di “Misery” e “Hey Lancaster”; sconcertanti assi nella manica che, rapiti, si tuffano nella West Coast dei Marc Jordan e Nick deCaro.
Infine, la pittoresca “Effortlessly” la dice lunga sul talento che può esprimere il signor Simple Carnival. Posta un attimo prima della chiusura, è una melodia di armoniche a panneggio di cometa, i cui arpeggi spargono un bagno di luce chiara, ammantano in un alveo atmosferico celestiale.

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