K-Branding - Facial

2009 (Humpty Dumpty Records)
art-rock
Jazzcore, industrial, noise, elettronica e improvvisazione. Eccoli gli ingredienti di cui i belgi K-Branding si sono serviti per amalgamare a dovere “Facial”, esordio ufficiale dopo anni di gavetta (sono, infatti, attivi fin dal 2004).

Vincent Stefanutti (sax e percussioni), Sébastien Schmit (batteria) e Grégory Duby (basso) dipingono scenari claustrofobici e disturbanti mediante la gestione di un suono violento, funkeggiante e ipnotico, tortuoso ma mai cerebrale.
Il manifesto della loro arte è “Nubian Heat”, propulsa da rombi supersonici e scandita da bordate di eruzioni isteriche. Tutto il disco è percorso da atmosfere da incubo e da un senso di tragedia incombente, tanto che la musica sembra addossarsi il duro compito di esorcizzare paure e tensioni disattivando, a più riprese, rituali di pura “siderurgia spirituale”.

In “Ländler“, raffiche di insolenti destrutturazioni free-jazz fanno il paio con altisonanti ipnosi quarto-mondiste, in un volteggiare orgiastico che in “Africanurse”, assaporato il corpo sacro della madre Africa, ne restituisce memorie che scivolano nei sotterranei di un metallico voodoo mutante.
In queste avvolgenti centrifughe di furore, disperazione e alienazione urbana, si riconoscono, più vive che mai, tutte le nevrosi della no wave (Factrix?, Swans?, Contortions?). Danzano, dunque, caliginosi e futuristici in “Curse of Small Faces”; ascendono martellanti, dopo un preludio di funerea cold-wave, in “Der Morgen Kommt” (che getta un ponte tra il motorik dei Neu! e i furibondi poliritmi dei 23 Skidoo), lasciando che le volute galattiche di “Nieu-Latyn” sprigionino un’enfasi lancinante, in un delirio di strazianti dissidi Ayler-iani protesi verso la più cruda dissoluzione. 

Il turbine metallurgico di “Take Your Hat Off”, tra Flying Luttenbachers e Sightings, raggiunge, invece, il momento di massima apoteosi dionisiaca, spingendosi verso territori che appartengono solo a un tipo di avanguardia in cui la rabbia non può fare a meno delle meccaniche razionali.
Meccaniche accantonate, altrove, solo dal glaciale sinfonismo di “Reazione a catena” (che, partendo dalle mimesi più arcane di Nekropolis – aka Peter Frohmader - arriva a citare il Richard Wright austero di “Sysyphus”) e dal metempirico travaglio di “Triptych Part Two”: altra faccia, questa, di una medaglia che, nell’ombra, luccica come una perla da conservare con cura.

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