Questa non è una recensione: è una manifestazione d’amore, e come tale va presa. Il lettore che, avvicinandosi a essa, vuole leggere di “altezze”, “di tempi pari e dispari”, “di ottave” e di sterili (o utilissimi, per carità) tecnicismi, è meglio che interrompa subito la sua lettura: chi scrive non ha le capacità di fare questo tipo di analisi e, a dire il vero, nemmeno la voglia (davvero si può pensare che il jazz e la musica in generale siano questo: asettica matematica, onanistica accademia?!).
Né tanto meno me ne starò qui a tediarvi raccontandovi del free jazz, della sua rivoluzione sociale e musicale, di Ornette Coleman e del suo manifesto. Ci sono interi libri per questo, che lo fanno sicuramente meglio di quanto chi scrive, con tutta la buona volontà, possa fare. E poi, in fondo, non è questo il punto.
Ci sono dischi che vanno al di là dello stile e della tecnica, al di là anche della storia perché nascono già storia, e “Spiritual Unity” è uno di questi.
Queste poche righe si pongono l’obiettivo, forse ancor più pretenzioso, di raccontarvi ciò che di “Spiritual Unity” non si può vedere, ma a cui si assiste sbalorditi e attoniti, di raccontarvi ciò che non si può ascoltare, ma che con la giusta predisposizione estetica si riesce a sentire. Qualcosa di profondo, eppure di assolutamente naturale: l’esaltazione del corpo e della vita attraverso la loro smaterializzazione e trasfigurazione nella più completa forma di trascendenza: la musica.
Albert Ayler (sassofono), Gary Peacock (contrabbasso) e Sonny Murray (batteria) diedero vita, nel luglio del 1964, a trenta minuti di libera improvvisazione, nei quali ogni strumento sembra porsi come prolungamento dell’apparato sensoriale dei tre musicisti: non solo semplici mezzi meccanici per sperimentare nuovi suoni ma, anche e soprattutto, protesi fisiche e spirituali per auscultare in modo nuovo e inaudito eterne sensazioni.
I terrificanti registri bassi del sassofono di Ayler, gli angoscianti glissando e i cancrenosi grumi di note che il sassofonista riesce a produrre rappresentano il rigenerarsi di un antico fuoco: il fuoco della vita. Molti artisti romantici sostenevano che per creare un’opera d’arte che fosse autentica, vera, bisognava che l’artista si sacrificasse per essa; l’opera d’arte era il fuoco e l’artista doveva farsi legna da ardere, diventando parte di esso. Ebbene, l’Albert Ayler Trio è quella legna, e “Spiritual Unity” è quel fuoco.
L’augurio di gioia sprigionato dal brevissimo tema iniziale di “Ghosts: First Variation” è il canto di libertà dei neri (un Old Time Feeling, basilare brano melodico), ragion per cui il jazz è nato. La stessa ragione che ha spinto Ayler a suonare: restituire il jazz al popolo afroamericano, restituire ai neri la loro voce.
Ma la voce negata porta all’urlo, al tumulto, alla protesta, e “Wizard”, in questo senso, si pone come un vero e proprio manifesto: il sax di Ayler vomita letteralmente note, e quei conati così volgari, così poco musicali, non sono altro che un richiamo alle origini col quale Ayler sembra dire ai cultori di un certo jazz “borghese”: “Andatevene a fare in culo voi e vostri localini jazz snob e già morti: questo è il suono della jungla, la primitiva danza dei miei padri!”.
Poi, dopo la rabbia, ci sono il pianto, il rancore e la disperazione di “Spirits”: il sassofono geme, soffre, sbraita in preda alla costernazione; è vivo, per davvero, e si dispera. Non si è davanti al suono di uno strumento: è la voce di un uomo che chiede inesorabilmente aiuto; è il grido desolato di un’anima errante, e possiede una vitalità straziante come un corpo in agonia che implora ancora un istante di vita.
E allora “Ghosts: Second Variation” non può che celebrare l’ultimo maestoso atto di questo straordinario inno spirituale alla vita: il dolore (i garriti disperati degli assolo di Ayler) per la libertà perduta, e la gioia (l’old time feeling da cui tutto era iniziato) per un’unità spirituale, raggiunta attraverso il ricongiungimento dell’anima col corpo, che sa tanto di libertà ritrovata.
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03/01/2008