Potremmo definirlo “nuovo classic rock” quello proposto da un sempre più nutrito circuito di band nate qualche decennio fa per sovvertire ordini precostituiti, per portare una ventata d’aria fresca, e gradualmente convertite all’ordinarietà. Penso ai Pearl Jam, ai Wilco, e, perché no, ai Queens Of The Stone Age. Tutte formazioni che pur continuando a produrre lavori più che onesti (chi più, chi meno), hanno perso per strada la scintilla che li rendeva diversi, quella costante ricerca di soluzioni inedite per la propria musica.
Qualcuno ha anche scelto di fermarsi, come i R.E.M. ad esempio, e lo hanno fatto proprio quando avrebbero potuto finalmente riempire gli stadi, altri si trascinano in maniera inconcludente, penso al caso degli U2. Josh Homme, fondatore, cantante e chitarrista dei Queens Of The Stone Age, è un musicista che ha fatto la storia dello stoner, prima con i Kyuss, poi con i primi tre album della sua personale creatura, pagine indelebili nell’enciclopedia del rock contemporaneo. Ma oggi cos’è rimasto di quel fuoco?
E’ rimasto il mestiere, tanto mestiere, e tutto sommato l’intatta capacità di scrivere belle canzoni, che con ogni probabilità non resteranno però impresse nella memoria dei fan quanto quelle del glorioso passato. In più, rispetto alle produzioni più recenti del gruppo, “Perfecth”, un inno all’imperfezione già nella codifica del titolo, si presenta come un’opera vulnerabile, nella quale i Queens Of The Stone Age scelgono di abbandonare le monolitiche architetture ritmiche di un tempo per abbracciare un sound più organico, caldo, intimo.
I brani impregnati di atmosfera sono la maggior parte, e il disco si presenta quasi completamente privo di ganci aguzzi, intento a catturare piuttosto una naturalezza espressiva da ballad crepuscolare. E’ quel che accade nella cupa apertura assegnata a “It’s Only Love”, con quell’andatura simile a una processione che trova la miglior sponda possibile nella sacralità di “Mono”, e ancor più avanti nei dimessi risvolti folky impressi in “Easy Street” (in duetto con Nikki Lane) e “From The Cliff”.
Il proverbiale groove desertico non è però del tutto perduto, ancora rintracciabile in “Where The Goth Girls At?”, nella ricercata raffinatezza seventies espressa in “Insignificant Other”, il brano più efficace dell’album, e nella limpidezza radiofonica che permea “Phantom Limb. L’uptempo “Sunday” è invece la rielaborazione di una traccia composta a quattro mani con Iggy Pop che finì giusto dieci anni fa in “Post Pop Depression”, con tanto di chitarre vagamente glam che ricordano il riff di “Rebel Rebel”.
Il risultato finale suona piacevolmente “classic”, figlio di un periodo particolarmente complicato per Josh Homme, trascorso fra problemi di salute, drammatici lutti e un matrimonio andato in fumo. Un lavoro che intende esplorare l’amore e le complessità delle relazioni interpersonali, composto per sanare le ferite senza nascondere fragilità e fratture interiori, rimandando all’antica tradizione filosofica giapponese del kintsugi, l’arte di riparare ceramiche danneggiate utilizzando filamenti d’oro per saldare le crepe. L’idea di fondo è che un oggetto andato in frantumi, una volta restaurato, diventi ancor più bello e prezioso grazie alle proprie cicatrici. Prodotto dallo stesso Homme insieme al bassista Michael Shuman, “Perfecth” è un album nel quale – per una volta – a prevalere sono più le atmosfere che gli spigoli: un modo del tutto rispettabile per convertirsi all’ordinarietà.
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04/11/2026