Advisory Circle - As The Crow Flies

2011 (Ghost Box)
"ghost box", elettronica
John Brooks torna a veleggiare nel passato, tra le rovine e le memorie dell’universo televisivo britannico. E la nostalgia, sempre canaglia, ci assale, si impossessa di noi come un amante insaziabile, risucchiandoci in un non-luogo musicale fatto di innocenza e purezza (uno dei brani si chiama, non a caso, “Innocence Elsewhere”), perdute probabilmente una volta e per sempre e, proprio per questo, ancora più preziose.

Un piccolo viaggio emozionale, protetti da una capsula spazio-temporale. E’ come se “As The Crow Flies” contenesse la chiave d’accesso di quelle zone d’ombra che si insinuano nei nostri dormiveglia, quando la percezione, alterata, riesce a metterci in comunicazione con gli angoli più nascosti della nostra anima. Tuttavia, qui, in maniera più chiara rispetto al disco precedente e diversamente dalle commistioni qualche volta anche piuttosto indisciplinate dell’universo ipnagogico, aleggia una sensazione netta e definita di quiete, di distensione cristallina, al meglio evidenziata da panoramiche docili come quelle di “The Patchwork Explains”, “Everyday Hazards”, “Further Starry Wisdom”, “Unforgotten Path”, ma anche, per esempio, dall’interludio acustico e vagamente barocco di “Ceridwen”.

La progressione della title track, invece, è insieme galattica e bucolica, quasi a sottolineare l’essenza, insieme “aerea” e “terrena”, delle escursioni sonore di Brooks. Essenza che, per l’appunto, è possibile rintracciare un po’ dappertutto: nelle languide avvisaglie celestiali miste a percussioni tribali di “We Cleanse This Space”, nei vaneggiamenti prossimi alla new age di “Beyond The Wychelm” (quasi un lago metafisico fatto di ghirigori di synth, flauto, xilofono e quant’altro), nel downtempo incantato/estatico di “Now Ends The Beginning” (pura ipnosi di melodismo al ralenti dentro praterie intergalattiche adorabilmente compiacenti), nell’Alan Parsons Project redivivo di “Modern Through Movement” o nel folk digitale con voce androide di “Lonely Signalman”.
Gira, graziosa e retrò, la “Wheel Of The Year”.
Tutto passa senza scomparire, raccogliendosi e permanendo nell’abbraccio dell’orizzonte.

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