Dan Deacon - America

2012 (Domino)
electro-psichedelia, indietronica
Ispirato alla geografia degli Stati Uniti, "America" segna il ritorno del "future shock" di Dan Deacon, ovvero - come ebbi già a scrivere in sede di recensione dell'intrigante e divertentissimo "Bromst" - "un ibrido esaltato e schizoide di electro, neo-psichedelia e minimalistici flussi di enfasi cartoon-esca".

Diviso tra un "lato A" di matrice pop e un "lato B" interamente occupato dai ventuno minuti della suite "USA" (suddivisione che gli è stata suggerita anche dall'ascolto ripetuto di "Low" di David Bowie), il nono disco dell'occhialuto nerd di Baltimora rinnova la festa, non disdegnando comunque la sperimentazione. I primi cinque brani vanno a formare una sorta di blocco unico, il cui compito è quello di preparare il terreno prima della lunga suite finale.
Qui si ritrova, più o meno intatto, tutto l'universo sonoro dei due precedenti lavori, anche se l'impatto complessivo è meno torrenziale, più organico. Si va dall'electro-tribalismo di "Guilford Avenue Bridge" alle vertigini oniriche e pastorali di "Prettyboy" (dedicate alla riserva omonima, a un'ora di macchina da Baltimora - un luogo, precisa Dan, nel quale la gente si reca per smarrirsi nella natura) passando per il caramello pop-tronico di "True Thrush" (in cui si riaffacciano quelle vocine ebeti e quel mood insieme strampalato e divertito, coloratissimo e disorientante) e la scoppiettante "Crash Jam".
Tripudiante e caotico, "America" non riesce mimimamente a disturbare, anzi è capace di rigenerare corpo e anima, distendendo i nervi e allargando il volto in un sorriso senza fine anche quando "Lots" ti cannoneggia con scariche quasi EBM.

Si avverte, comunque, un certo distacco tra questo primo, brioso nucleo e la razionale scientificità con cui sono state compilate le quattro parti della lunga "USA". Non che sia necessariamente un male, ma è pur vero che proprio sul versante dell'omogeneità interna basava le sue forze quel "Bromst" che, a suo tempo, aveva destato l'attenzione della critica.
Pensata come un vero e proprio diario di viaggio, "USA" si apre con gravi tonalità sinfoniche, adagiandosi quindi in uno sfarfallio mesmerico dai lineamenti corali e proseguendo, poi, attraverso oceaniche iridescenze androidi, conciliaboli di marimbe ("The Great American Desert"), minimalismi cameristici che viaggiano su rotaie immaginarie, avvicinando luoghi e persone ("Rail") e ritornando, alfine, verso i soliti sentieri chiassosi e giubilanti ("Manifest").
Un'epopea electro-progressiva che spinge il discorso musicale di Dan verso dimensioni quasi austere.

Tracklist

  1. Guilford Avenue Bridge
  2. True Thrush
  3. Lots
  4. Prettyboy
  5. Crash Jam
  6. USA I. Is A Monster
  7. USA II. The Great American Desert
  8. USA III. Rail
  9. USA IV. Manifest

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