Che ormai la
Dfa da un bel po' di tempo non sia più l'etichetta di punta dei più esigenti tra gli
aficionados di elettronica contemporanea è un dato di fatto: a dettare il qui e l'ora del nuovo sentire comune in materia ci pensano altre
label, quali con un seguito consolidato (
Hyperdub), quali invece in pienissima espansione, prossime a un'imminente ribalta (Houndstooth su tutte). Che però l'etichetta co-fondata da James Murphy sia ancora capace di sorprendere, di escogitare soluzioni inattese con cui rilanciarsi stilisticamente anche anni dopo il suo pinnacolo (non soltanto dal punto di vista dei consensi), ai più forse giungerà come una novità, finanche uno scherzo, specie se le ultime pubblicazioni dell'etichetta possono aver fatto pensare esattamente al contrario. E invece...
E invece, quando meno te l'aspetti, i Museum Of Love. Ovvero, come riuscire non soltanto a reinventarsi dopo una carriera non propriamente passata inosservata, ma anche come mettere in atto una convincente ricostruzione di uno stile e di un'etica musicale riconoscibili sin dalla prima nota, traghettandoli con successo sulle sponde nebbiose e insicure di questi anni Dieci. Che si tratti dei primi segnali di riscatto?
È un po' presto per stabilire (o viceversa confutare) con certezza un'affermazione simile, certo è che se anche altri fiutassero queste tracce, la direzione intrapresa potrebbe essere incoraggiante. Di certo, è alquanto consolante constatare come questo impulso alla ridefinizione provenga da chi nell'ambiente della Dfa ci ha costruito una vita intera, da chi, in combutta con gli
Lcd Soundystem, ha contribuito a tenere altissimi i vessilli dell'etichetta newyorkese. Patrick Mahoney, il batterista di suddetta band: è a lui che occorre guardare nel parlare di questo nuovo progetto, è lui che ha deciso di edificare per se stesso una seconda vita in musica e arruolare alla causa il dj Dennis McNany, che pare aver preso decisamente a cuore la questione, prestandosi totalmente alla causa. Questa singolare sinergia si è spinta, manco a dirlo, ben oltre ogni preventivabile aspettativa.
Perché si era pronti a tutto, ma che si decidesse di celebrare un matrimonio tra l'estetica punk-funk specialità della casa e il dream-pop sfugge da ogni possibile previsione, specialmente adesso che il revival del genere è tutt'altro che all'ordine del giorno. Ma forse è proprio per questa mancanza di sovraesposizione sonora, che il disco svela un fascino tutt'altro che ordinario, abile nell'irretire in brevissimo tempo, senza difese.
Beat felpati, campioni vocali di angelica immaterialità, svolazzi di trombe, acquerelli elettrici, irriverenti coloriture disco e una sensualità diffusa: vi troverete proprio tutto quello che cercate nella vostra ricetta dance preferita, eppure tutto vi sembrerà diverso, più intricato e allo stesso tempo più agile e flessibile che mai, placido e turbolento come se nulla fosse, in una continua sfida a logiche e consequenzialità di ogni tipo.
Il procedimento funziona, eccome se funziona: dal breve frammento introduttivo “Horizontalator”, e via lungo tutta quanta la scaletta, non c'è un momento di stanca che sia uno, divertimento e
relax marciano di pari passo, diventando una cosa sola e trascendendo la mera somma delle parti. Si prenda il sofisticatissimo battito ipnotico di pianoforte di “Fathers” (brano che da solo potrebbe coniare addirittura un nuovo sottogenere) e vi si appoggi sopra sparute dinamiche
disco, ad affrettare il passo in un crescendo di dosata attrazione. Oppure si prenda la spigliatezza sintetica di “The Who's Who Of Who Cares” (titolo geniale, peraltro), memore della tradizione della
label, e vi si piazzi una generosa dose di fiati, ammorbidendo al contempo il cantato e riverberandolo appena, senza alcun timore. Potranno sembrare due metodi operativi diversi, eppure l'anima sottesa ad essi è la stessa: cambia semplicemente il punto d'osservazione, la predilezione per uno dei assi portanti del lavoro, nulla di più.
E che dire dunque della cavalcata minimal
à-la Suicide di “The Large Glass”, frenesia schizoide in cui anche un sussurro pare tramutarsi in una visione angosciante? Oppure della morbidezza soul della conclusiva “And All The Winners”, capace di un affondo così galante dopo tanto correre?
Da qualsiasi angolatura lo si osservi, il disco insomma si sottrae a ogni forma di stereotipo e di prevedibilità, opera di contrasto con una sottigliezza e una facilità che altri si sognano. E se vi troverete a voler riascoltare l'imprendibile trance di “Monotronic” (anche qui la scelta del titolo è azzeccatissima) ancora e ancora, sappiate che è più che comprensibile. Ora che i primi semi sono stati sparsi, non resta che aspettare che germoglino: la premiata ditta Mahoney/McNany ha rischiarato la via.