Post-black metal è sinonimo di evoluzione. Riplasmare il passato evitando l’inesorabile stagnazione (quello che purtroppo è accaduto ad altri generi legati al
metal), spalancando dunque le porte alle più disparate contaminazioni, anche quelle più ostiche e impensabili.
I White Ward, ucraini di Odessa, hanno imboccato da anni uno dei sentieri più affascinanti in tal senso, dove la materia nera entra in perfetta collisione con le più ombrose atmosfere
dark-jazz. Se già il
debut “Futility Report” (2017) aveva messo in luce tutto il potenziale della band, è stato il successivo “Love Exchange Failure” (2019) a inserire una marcia più alta, staccandosi prepotentemente dal tipico immaginario di marca
black (il paesaggio suburbano di quella copertina, in netta controtendenza con le stereotipate foreste del nord).
“False Light” si pone in maniera complementare rispetto al suo predecessore, ma solo a un primo impatto: dopotutto, l’immagine di una casupola abbandonata in un contesto rurale suggerisce le medesime sensazioni di isolamento mostrate dai palazzoni delle metropoli, quegli stessi palazzoni oggi bombardati e devastati da una guerra atroce.
L’album è stato ovviamente registrato e prodotto durante lo scorso inverno, quando lo spettro del conflitto ancora aleggiava attorno all’Ucraina. Poco cambia, perché il senso di urgenza che traspare da queste composizioni si può toccare con mano (“Leviathan” è visceralmente drammatica, soprattutto quando entrano in gioco le note funeree di un sassofono portatore di cattivi presagi).
Questa lenta processione emerge con prepotenza nel bucolico passaggio neofolk “Salt Paradise”, una parentesi ancestrale pregna di nostalgia ma anche di consapevolezza e di appartenenza. Non a caso, la fonte di ispirazione per i testi del disco proviene dalle opere di Mykhailo Kotsubinsky, scrittore ucraino vissuto fino all’inizio dello scorso secolo (dal suo celebre romanzo “Le ombre degli avi dimenticati” fu tratto anche un
film).
L’umore di “False Light” mantiene lo stesso sapore amarognolo per tutta la durata del lavoro, un prodotto che qua e là ricorre all’utilizzo delle
clean vocals (“Cronus” è una gemma di rara bellezza) o a soluzioni persino rarefatte (il tocco
post-rock presente nei vari
break). Anche nei momenti più duri e tempestosi, i White Ward sanno come amalgamare violenza e melodia (“Silence Circles” scatena emozioni forti), coniugando diversi intrecci chitarristici di derivazione
blackened-death metal (in un contesto sempre venato dalla potenza evocativa dello strumento a fiato).
Il loro miglior disco? Assolutamente sì, nonché tra le uscite più significative dell’intero 2022 in ambito estremo. Come un
noir tra le distese di grano.