Anche se la spiritualità è programmaticamente centrale in “The Spiritual Sound”, tra i cui testi si aggira e aleggia onnipresente, fa strano come un disco con questo titolo abbia un sound così fisico. Molto più del precedente, omonimo “Agriculture”, che nonostante la denominazione legata alla terra, era molto più etereo, riflessivo, sparpagliato.
Invece questo secondo disco degli Agriculture è una valanga blackgaze inarrestabile, sovente epica. Un ascolto che non può lasciare indifferenti, per come rivolta il black metal come un calzino a botte di contenuti queer e positivamente ribelli, ma anche per come gestisce la materia di partenza.
A intervallare la guerra scatenata da batteria rutilante e chitarre a zanzara, non solo stasi e preparazioni post-metal, ma anche sfacciati ritornellini pop. Si pensi alla cantilena da cameretta che spezza il fulminante incipit “My Garden” o ai sussurrii che preludono ai guizzi heavy metal sorprendentemente classici di “Flea”.
Ecco, già solo i primi due brani incorporano elementi impensabili ai tempi dell’acerbo esordio della band di L.A.. Ma la notizia non risiede tanto nel quanto, ma nel come. Ogni novità è stata fagocitata dal sound degli Agriculture ed è entrata a far parte di un’organizzazione metal, come anticipato guerrigliera, ma anche più accessibile e pericolosamente accattivante.
“Micah (5:15am)” e “Serenity”, per esempio, sono due crescendo impetuosi, per suono e per emozioni, tanto grandiosi e liberatori da far pensare, almeno nei loro frangenti luminosi, agli Explosions In The Sky; “The Weight”, invece, inizia tra screamo laceranti e passi sludge, ma presto si inerpica in assoli rapinosi e stridenti, straziati e distorti, ma comunque incapaci di arginare una melodia speranzosa.
E poi c’è “Bodhidharma”, impernata su quello che è in tutta probabilità il riff metal dell’anno. Dedicato al fondatore della dottrina zen, il brano vive di intervalli spirituali e deflagrazioni violente, mettendo in scena una delle catarsi metal più impressionanti degli ultimi tempi.
Si è spesso detto di The Flenser come un’etichetta che caratterizza fortemente le uscite sotto il suo vessillo. È un non problema, data l’incredibile qualità media dei prodotti, dal quale non scappa nemmeno “The Spiritual Sound”, quando lancia una ballad dronica come “Dan’s Love Song”, vicina per romanticismo e oscurità ai momenti più rilassati dei patron Have A Nice Life.
“Hallelujah” e “The Reply” incorporano nel disco anche nudissimi frangenti di chitarra acustica, arricchendo di ulteriore fragilità un lavoro già estremamente emozionante e doloroso. L’accettazione del sé e l’universalità dei sentimenti sono infatti il cuore pulsante di un’opera destinata a segnare il mondo metal dei nostri giorni come una rivoluzione.