C'è una parola che frena l'impeto e le coscienze degli appassionati di musica rock, un'espressione la cui natura inclusiva viene spesso sottaciuta e svenduta nel chiacchiericcio dei social e della critica musicale, questa parola è folk.
Quanti malintesi sono racchiusi nella mercificazione di un'attitudine artistica che offre più chiavi di lettura di quanto si possa immaginare, lo certificò l'antropologo e musicologo Alan Lomax con le sue registrazioni sul campo, lo confermarono il genio di
Bob Dylan, dei
Beatles ed
Elton John che con il patrimonio della musica folk e popolare diedero vita alla musica moderna.
Il legame tra il concetto di musica folk e l'identità artistica di Annahstasia è racchiuso in una delle prime dichiarazioni dell'allora esordiente cantautrice americana: "La musica folk è più simile a un concetto naturalistico, se la musica pop è fatta per il capitalismo e il consumismo, allora la musica folk è fatta per il collettivismo, per la comunità e per l'amore".
Che tutta questa forza narrativa sia affidata a una voce tenebrosa, palpitante, scarna, istintiva, controllata, più incline all'esplorazione di tonalità cupe (pur potendo ambire a estensioni vocali di notevole potenza) è indice di una visione creativa priva di compromessi.
Quanto finora espresso nei tre Ep pubblicati dalla giovane artista non ha smentito questo presupposto. Pur esibendo velleità chamber-folk e soul che ne hanno delineato un profilo a metà strada tra
Tracy Chapman e
Anohni, quel che affiora è una sensibilità pronta a implodere e a dar vita all'esordio più intenso e affascinante dell'anno.
Nella voce di Annahstasia c'è in verità non solo la fragilità seducente delle migliori
folksinger, ma anche un'imperscrutabilità dalla potente valenza poetica, filtrata da corrosive tonalità
soul. La strumentazione è volutamente asciutta, essenziale e semplice quanto basta per essere a tutti intelligibile, sì, perché "Tether" è un disco che cattura l'attenzione al di là delle preferenze stilistiche.
La musica di Annahstasia è ricca di sfumature di grigio, nello stesso tempo è multicolore, non necessariamente multietnica, come vorrebbero i fautori dell'hype da social. Dopotutto la cantante americana ha già rinnegato quella macchina commerciale che voleva ridurne le qualità a urlatrice straziata e straziante, ad acrobata di note già scritte e già sentite e prive di una qualsiasi autenticità. Quella dell'artista americana è una musicalità trasandata, grezza: pochi accordi di strumenti banali e ordinari come chitarra e pianoforte, un pizzico di esoterismo - una viola, un synth, un organo hammond e altre incursioni di basso, batterie e chitarre elettriche - il tutto funzionale a un album che fluttua con un'eleganza che nei tempi recenti ha illuminato l'opera di
Chantal Acda e
Benjamine Clementine.
Le composizioni sono un campionario di compostezza e profondità armonica che toglie il fiato. Le note sembrano farsi strada tra tanti ostacoli che ne impediscono la sublimazione emotiva ("Waiting"), sono grida soffocate da una fragilità che rende la voce di Annahstasia simile a un pregiato manufatto di porcellana ("Take Care Of Me").
A volte il dialogo tra voce e chitarra trova spazi per vibrazioni emotive più energiche: le note roventi e la voce tremante di "Villain" travolgono tutto e si inebriano di fiati, organo, viole e cori gospel che per un attimo sembrano sfiorare il cielo. Un'epifania che si ripete nell'altrettanto implosiva "Silk And Velvet" destinata a creare perfino scompiglio con un
break chitarristico
noise.
La spiazzante semplicità e bellezza di "Satisfy Me", il perfetto duetto con l'artista nigeriano Obongjayar nella spirituale ed estatica "Slow", le notevoli trame di
fingerpicking degne di
Nick Drake della carezzevole e riflessiva "Unrest" sono tanti piccoli diamanti grezzi che Annahstasia getta con fare distratto su un tessuto sonoro pregiato, composto da ambiziose liturgie folk-soul che con poche note lacerano il cuore e la mente ("Be Kind").
Non è un album indolente o mesto, "Tether". Annahstasia non indugia nella malinconia per mascherare le proprie debolezze, anzi, le ostenta con sfacciataggine nella sparuta "All Is Will Be As It Was", un momento di pura poesia condiviso con Aja Monet, le veste di selvagge e seducenti sonorità pop in "Overflow", per affidarsi infine alla potenza corrosiva della musica rock per una pura orgia sonora come "Believer", sei minuti che abbattono definitivamente l'ultima frontiera stilistica e consegnano all'anno in corso un disco da preservare per le future generazioni.