L'alternative rock dei Turnstile è così fortemente radicato in una certa epoca, in un certo suono e in un certo immaginario, che ascoltarlo trasfigura, trasforma, tutto l'intorno di chi vi si approccia. Si viene catapultati nella Baltimora a cavallo tra i due millenni, durante una festa di fine college, coi pantaloncini corti modello cargo e un berretto a visiera della squadra di football preferita. La birra e il sudore scorrono a fiumi.
Però, in tutto questo viavai di chitarroni al nandrolone, un po' post-hardcore un po' new metal, Brendan Yates e gli altri non lasciano mai assopire quella vena più riflessiva e trasognata, fatta di tuffi e riflessioni
dream-pop, che rese speciale la loro formula a partire da "Glow On".
"Never Enough", programmaticamente proclamato in
caps-lock, non tradisce la formula vincente: al contrario, la ingrossa. Gonfia i muscoli delle chitarre, sciorina cori ancora più radiofonici e rovescia un ritornello piacione dopo l'altro. È ora di riempire le arene, devono essersi detti.
Prendete l'apripista e
title track, fosse uscita una ventina d'anni fa la staremmo ancora cantando. La struttura immediata, le fasi organizzate come da un geometra pignolo, le schitarrate euforiche, il ritornello rivestito di nastro biadesivo: tutto è congegnato per fare sfracelli. Almeno finché la canzone affoga lieta in un mare
dream-pop, dove però troverà altro genere di plausi. "Look Out For Me" e "Sunshower" seguono il copione con accenti diversi, più nu metal la prima, più incavolata e hardcore la seconda.
Anche qui c'è però un "almeno finché". Ancora più imprevedibile, perché questa volta il casino sfocia in una riflessione zen per flauto e ronzio d'organo. Assurdo, soprattutto dopo il baccano che Daniel Fang fa alla batteria fino a un attimo prima, però fila tutto. Eccome se fila.
Uno non può nemmeno dire che seguano sempre lo stesso copione, ai Turnstile. Perché le prove del contrario sono un bel po'. "I Care" piacerebbe a
Paul Westerberg, sia per le strofe ricamate da chitarre deliziosamente power pop che per il ritornello post-adolescenziale cantato con il cuore in gola; mentre "Dreaming" innesta nel solito bordello nu metal pimpanti interventi di ottoni.
Per gli amanti degli spigoli c'è una "Birds" che non manca di esplodere, ma soltanto dopo un'incredibile apertura dronica, dove sono ancora una volta pelli e bacchette a fare la parte del leone.
I Turnstile, però, un problema ce l'hanno. Sono nati con vent'anni di ritardo, perché a inizio secolo avrebbero messo d'accordo mezza generazione Y. Tanto gli indie kids quanto gli studenti ghiotti di
Limp Bizkit.