Nell’era della folle ricerca del featuring spacca-algoritmo Susanne Sundfør ha trovato terreno fertile per la scrittura entrando in dialogo con Giuliana di Norwich, una donna anacoreta che, a partire dall’ultima decade del Trecento fino alla sua morte avvenuta dopo il 1416, visse seclusa in una cella adiacente alla St. Julian’s Church (il vero nome della donna è tutt’ora sconosciuto). Si tratta forse di una collaborazione che nessuno avrebbe mai predetto (e che di certo non è stata architettata per compiacere il pubblico cristiano più fervente). Eppure, non è neanche una mossa così inspiegabile per chi segue l’originale percorso artistico della musicista norvegese, che è sempre stata incline alle sperimentazioni e che ormai da quasi dieci anni ha abbandonato una strada che sembrava poterla portare con le bellissime “Ten Love Songs” alla conquista di un pubblico internazionale più vasto.
Coautrice delle liriche è dunque una mistica che visse a cavallo tra Trecento e Quattrocento e che osservò da testimone peste, guerra e la rivolta contadina nell’Inghilterra dell’epoca. Sopravvissuta a un male che la condusse vicina alla morte, ebbe nei momenti di agonia delle visioni – o rivelazioni – divine, al commento delle quali dedicò poi buona parte della sua vita di preghiera e reclusione. “Revelations of Divine Love” è infatti il titolo dell’opera che redasse in Middle English e che rappresenta anche il più antico testo conosciuto scritto in inglese da una donna.
Per questa moderna reinterpretazione, le tredici composizioni sono registrate in presa diretta in una chiesa norvegese, dove la voce di Sundfør è esclusivamente accompagnata dall’organo a canne suonato dal musicista britannico Kit Downes (coautore degli arrangiamenti). Nonostante alcune brevi tracce strumentali che fungono da interludio, il cuore pulsante di “Revelations” è senza dubbio la performance vocale, sempre impeccabile, di Sundfør. E non si tratta di un puro esercizio di stile o di sfoggio virtuosistico: il canto avvolge e accarezza chi ascolta e fa da ponte fra la contemporaneità e il misticismo medievale di Giuliana di Norwich. Le scelte compiute in sede di registrazione sono poi estremamente efficaci nel convogliare un senso di intima vicinanza e contemplazione, dacché si ha sempre l’impressione di essere seduti in chiesa, su una panca immersa nella penombra, mentre fra le navate neogotiche riverbera il suono dell’organo e della voce. Il flusso sonoro è peraltro altamente suggestivo e trova alcuni momenti di trascendenza sublime nella seconda metà dell’opera con “The Blessed Wounds” e il crescendo, veramente da pelle d’oca, di “All Shall Be Well”.
Certo, i testi non risuonano con forza o sono addirittura stranianti se non si è di fede cristiana o se li si approccia oggi da persone non credenti. Ma perché allora proprio questa strana “collaborazione” con Giuliana di Norwich? Sundfør ha recentemente dichiarato durante un’intervista con Clash di essersi interessata all’anacoreta da una prospettiva femminista. Ora, non basta essere la prima donna ad avere scritto un testo in lingua inglese o aver abbracciato una forma di vita radicale per essere automaticamente una femminista. Ma questo lo sa benissimo anche la musicista norvegese e forse sono proprio gli elementi paratestuali da lei aggiunti ad aiutarci nel processo interpretativo del messaggio di amore divino e incondizionato su cui ha meditato a lungo Giuliana di Norwich.
Sia la fotografia selezionata come copertina che il video artistico di accompagnamento fanno riferimento all’atto del partorire e alla sfera della maternità. Il concepimento, il parto e la nascita nella carne sono temi simbolicamente embricati nella teologia cristiana, ma essi sono qui piuttosto rappresentati come un atto di amore non necessariamente ancorato a un messaggio religioso (anche se, diciamolo, nel videoclip non avrebbe guastato la presenza di almeno una coppia queer, dato che, perlomeno in ambito cattolico, siamo ancora ben lontani da una completa accettazione di un modello famigliare e genitoriale non eteronormato).
In senso più vasto un simile atto di amore potrà forse essere letto anche come un atto di cura e solidarietà; e proprio il concetto di care si situa al centro di numerose pratiche e politiche femministe. Ma, forse, è anche un amore che presuppone la consapevolezza delle differenze e delle necessità di saper accettare prospettive di vita diametralmente opposte alle nostre, come, ad esempio, quella della nostra anacoreta. Ecco, visto sotto questa luce, in fin dei conti, “Revelations Of Divine Love” non pare essere così lontano da “Music For People In Trouble” e continua a incarnarne l’intenso abbraccio di speranza.
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08/10/2026