Nonostante la sua morte sia finita in primo piano su diverse testate nazionali (da Repubblica al Corriere), Dolly Parton è un artista che l’Italia ha conosciuto solo superficialmente, perlopiù tramite il cinema, con la partecipazione come attrice a film di successo quali “Nine To Five” (“Dalle 9 alle 5… orario continuato”) e “Steel Magnolias” (“Fiori d’acciaio”). I suoi album dalle nostre parti non sono mai entrati in classifica e i suoi brani hanno iniziato a diventare davvero noti solo di recente, grazie alla globalizzazione di Internet via social network.
In questa sede verranno consigliate una manciata di canzoni che presso il pubblico italiano non hanno ancora raggiunto la notorietà di “Jolene” o “I Will Always Love You”, tutte concentrate nella prima metà degli anni Settanta, che ha rappresentato il suo massimo periodo di ispirazione, nel segno del cosiddetto progressive country (la corrente cantautoriale del country, influenzata dalla controcultura degli anni Sessanta, da Bob Dylan in giù). In seguito avrebbe concesso qualche cedimento agli stilemi della controversa corrente urban cowboy, molto sbilanciata verso la musica pop più radiofonica, se non addirittura verso la disco music (non a caso, “Islands In The Stream” sarà scritta per lei e Kenny Rogers dai Bee Gees).
“Coat Of Many Colors” (1971)
Parton ha passato l’infanzia in povertà estrema, in una capanna senza elettricità né acqua corrente. In questa ballata racconta del cappotto che venne cucito da sua madre con avanzi di stoffa di vari colori e come i compagni di scuola l’abbiano presa in giro al riguardo, senza però riuscire a intaccare il suo orgoglio per quell’abito. L’arrangiamento è caratterizzato dalla presenza di un organo elettrico, piuttosto insolito nella musica country.
“Will He Be Waiting” (1972)
Brano dal tipico andamento honky tonk, pur arricchito da una linea di basso decisamente più articolata della media del genere. Il testo mostra la protagonista camminare per strada di notte per tornare nell’abitazione dell’uomo che ha lasciato, chiedendosi se lui la accetterà di nuovo: notevole il contrasto fra la vitalità della musica e la cupezza dei versi, come del resto è spesso accaduto nel corso della storia del country.
“Mission Chapel Memories” (1972)
Scritta a quattro mani insieme a Porter Wagoner, uno dei nomi storici del country dell’epoca, grande sostenitore di Parton, che ha contribuito a lanciare ospitandola spesso nel proprio show televisivo e registrandoci insieme ben tredici album di duetti, principalmente nel segno del Nashville sound. In questa canzone una donna si ritrova di sera nella chiesa in cui si è sposata, dopo il fallimento del suo matrimonio, e ripensa con rimpianto al giorno delle nozze. L’accompagnamento è in questo caso più dimesso, con i lamenti di una chitarra steel e sparsi tocchi di pianoforte a delinearne le sfumature.
“When Someone Wants To Leave” (1974)
Midtempo malinconico, guidato dal suono di una chitarra resofonica, che mette bene in evidenza la voce al contempo fragile e squillante di Parton. Racconta il termine di una relazione in cui ormai soltanto una delle due parti prova ancora qualcosa per l’altra.
“Highway Headin’ South” (1974)
Brano scatenato che sarebbe stato degno di un album di Jerry Reed o di Waylon Jennings, con i suoi scampoli di coralità soul e un andamento ritmico degno dello swamp rock dei Creedence Clearwater Revival. Il testo, un inno al sole e alle temperature miti degli Stati Uniti del sud, è poco più che un pretesto.
“Sacred Memories” (1975)
Brano dall’andamento spedito che rallenta inaspettatamente nella parte centrale, profondamente influenzato dagli spiritual e dai gospel che Parton ha ascoltato in chiesa quando era giovane, e a cui è dedicato anche il testo, che cita apertamente gli standard “Lord I’m Coming Home”, “Amazing Grace” e “If We Never Meet Again”.
“The Bargain Store” (1975)
Insieme a “Jolene” è il brano che più di tutti, nella carriera di Parton, mostra il collegamento fra il country americano e le sue radici celtiche. L’arrangiamento è un capolavoro (il basso felpato, le percussioni, gli arpeggi di chitarra che rimandano dritti alle isole britanniche, il pianoforte che puntella il ritornello), ma il testo non è da meno: Parton paragona l’esperienza accumulata nel corso della propria vita a un negozio dell’usato e invita la persona amata a comprare l’articolo che desidera.
“When I’m Gone” (1975)
Uno dei brani più dinamici della sua carriera, propulso da groove di pianoforte e basso, cori soul, e incessanti virtuosismi di chitarra steel. Parton mette in guardia l’uomo che vuole lasciarla, annoiato dalla routine di coppia, avvertendolo che quando la relazione sarà finita capirà davvero quanto avesse bisogno di lei.
Tutti i brani sopra consigliati sono raccolti nell’eccellente antologia “Mission Chapel Memories 1971-1975” (Raven, 2001), qui sotto allegata in forma di playlist via Spotify. Non si vuole con questo intendere che la carriera di Parton sia riassumibile in quel lustro, essendo durata 67 anni e avendo generato 69 album in studio: materiale più o meno gradevole lo si trova sparso un po’ ovunque. Tuttavia, quello rimane il periodo che ha fotografato un’artista all’avanguardia del proprio settore, capace di dettare l’agenda della musica country più esigente insieme a pochi altri nomi suoi coevi, e per questo andrebbe riscoperto con maggiore urgenza rispetto al resto.