La cronaca, soprattutto quella nera, ha spesso offerto a Fabrizio De André storie da trasformare in canzoni. Delitti, suicidi, processi, carcere, violenza e sopraffazione attraversano il suo repertorio, ma quasi mai come semplici resoconti: De André riscriveva i fatti dalla parte degli ultimi, restituendo dignità e voce a chi nelle pagine dei giornali occupava soltanto poche righe. Un metodo maturato anche sulla scia degli amati chansonnier francesi, Georges Brassens su tutti, capaci di mescolare pietà, ironia e denuncia sociale narrando vicende di personaggi ai margini della società.
“La canzone di Marinella”, scritta nel 1963 e pubblicata l’anno seguente nel singolo “Valzer per un amore/La canzone di Marinella”, è forse l’esempio più celebre di questa trasfigurazione poetica. Dietro la favola della giovane trascinata via dal fiume si nasconde infatti un autentico fatto di cronaca, anche se l’identità della vittima che ispirò De André non è mai stata stabilita con certezza.
La ragazza del Tanaro
Nel 1993 De André raccontò a Luciano Lanza una prima e dettagliata versione della genesi del brano: “La Canzone di Marinella non è nata per caso, semplicemente perché volevo raccontare una favola d’amore. È tutto il contrario. È la storia di una ragazza che a sedici anni ha perduto i genitori, una ragazza di campagna dalle parti di Asti. È stata cacciata dagli zii e si è messa a battere lungo le sponde del Tanaro e un giorno ha trovato uno che le ha portato via la borsetta dal braccio e l’ha buttata nel fiume e non potendo fare niente per restituirle la vita, ho cercato di cambiarle la morte. Così è nata ‘La canzone di Marinella’, che se vogliamo ha anch’essa delle motivazioni sociali, nascostissime. Ho voluto completamente mistificare la sorte di Marinella. Non ha altra chiave di lettura se non quella di un amore disgraziato; se tu non racconti il retroscena è impossibile che uno pensi che all’origine c’era una gravissima problematica sociale. Certi fatti della realtà, soprattutto quand’ero giovane, mi davano un grande fastidio, allora cercavo di mutare la realtà”.
Quattro anni dopo, intervistato da Vincenzo Mollica, tornò sulla vicenda indicando anche un secondo possibile fiume: “Il brano è nato da una specie di romanzo familiare applicato a una ragazza che a 16 anni si era trovata a fare la prostituta ed era stata scaraventata nel Tanaro o nella Bormida da un delinquente. Un fatto di cronaca nera che avevo letto a quindici anni su un giornale di provincia. La storia di quella ragazza mi aveva talmente emozionato che ho cercato di reinventarle una vita e di addolcirle la morte”.
De André sottrasse così la ragazza alla brutalità della cronaca, trasformando l’omicidio in una fiaba d’amore: Marinella non viene semplicemente gettata in un fiume, ma incontra un re senza corona e senza scorta, vive un solo giorno come le rose e infine viene portata dal vento sopra una stella.
L’ipotesi di Maria Boccuzzi
Alla ricostruzione fornita dal cantautore se ne è aggiunta un’altra. Secondo lo psicologo astigiano Roberto Argenta, autore nel 2012 del libro “Storia di Marinella… quella vera”, la vicenda all’origine del brano potrebbe essere quella di Maria Boccuzzi, raccontata dalla Gazzetta del Popolo il 29 gennaio 1953.
Nata in Calabria nel 1920 e trasferitasi ancora bambina a Milano con la famiglia, Maria aveva lavorato come operaia alla Manifattura tabacchi. Dopo una relazione sentimentale finita male e la rottura con i familiari, aveva tentato la strada dell’avanspettacolo con il nome di Mary Pirimpò, prima di essere avviata alla prostituzione. Il 28 gennaio 1953 il suo corpo venne ritrovato nell’Olona: aveva 33 anni, era stata raggiunta da sei colpi di pistola e poi gettata nel fiume. Nonostante l’interrogatorio di circa duemila persone, l’assassinio rimase senza colpevole.
Le somiglianze con la canzone sono evidenti: l’assonanza tra Maria e Marinella, la prostituzione, la morte violenta e il corpo abbandonato nell’acqua. Restano però discrepanze altrettanto significative. De André parlava di una sedicenne vissuta nei dintorni di Asti e gettata nel Tanaro o nella Bormida, mentre Maria aveva 33 anni e fu uccisa a Milano. Inoltre, nel gennaio 1953 il cantautore non aveva ancora compiuto tredici anni, mentre ricordava di aver letto la notizia a quindici. È quindi possibile che la memoria abbia sovrapposto luoghi e date, che la canzone sia nata dall’incrocio di più fatti di cronaca oppure che la vera Marinella fosse un’altra donna mai identificata.

Una canzone amata e criticata
De André rimase legato al brano anche per la perfetta naturalezza con cui parole e melodia sembravano sostenersi: “Sono legato a questa canzone perché, indipendentemente dal suo valore, trovo che ci sia un perfetto equilibrio tra testo e musica, diciamo che sembra quasi una canzone napoletana scritta da un genovese”, racconterà. Senza rinunciare, tuttavia, a ridimensionarne il valore con la consueta ironia. Nel 1969, davanti a chi la giudicava un brano troppo sentimentale e retorico, rispose: “Una tavoletta zeppa di concessioni retoriche, è vero. Uno come me, quando ha quasi trent’anni, deve pur pensare che non ha né cassa malattie né pensioni: e la famiglia, Gesù, è una cosa concreta. Quindi pensa anche al guadagno”.
In un’altra intervista dello stesso anno cercò invece di spiegare i motivi della sua popolarità: “Non considero ‘La canzone di Marinella’ né peggiore né migliore di altre canzoni che ho scritto. Solo che le canzoni si distinguono in fortunate e sfortunate. Probabilmente il fatto che Marinella facesse rima con parole come bella o come stella, l’ha resa più fortunata di altre”.
Mina e la svolta nella carriera
La prima incisione di De André non ottenne particolari riscontri commerciali. La svolta arrivò nel 1967, quando Mina interpretò “La canzone di Marinella” nell’album “Dedicato a mio padre”, pubblicandola poi su 45 giri nel febbraio 1968. La sua voce portò la ballata al grande pubblico e contribuì in modo decisivo all’affermazione nazionale del cantautore. De André non dimenticò mai quel gesto. Nelle note della raccolta “Mi innamoravo di tutto” scrisse: “Se una voce miracolosa non avesse interpretato nel 1967 ‘La canzone di Marinella’, con tutta probabilità avrei terminato gli studi in legge per dedicarmi all’avvocatura. Ringrazio Mina per aver truccato le carte a mio favore e soprattutto a vantaggio dei miei virtuali assistiti”.
Nel 1997 i due tornarono insieme sulla canzone, incidendola in un prezioso duetto. La nuova versione fu inserita come unico inedito proprio in “Mi innamoravo di tutto”, ultima raccolta pubblicata da Fabrizio De André prima della morte: una sorta di chiusura del cerchio, trent’anni dopo l’interpretazione che aveva cambiato la sua carriera.
La proposta di una targa a Milano
Oggi la storia di Marinella torna a intrecciarsi con la cronaca. Alessandro De Chirico, consigliere comunale milanese di Forza Italia, ha infatti annunciato una mozione per collocare una targa dedicata a Maria Boccuzzi in piazzale Stuparich, nei pressi del luogo in cui nel gennaio 1953 venne ritrovato il suo corpo. “È giusto che Milano si ricordi di lei e, attraverso una targa, ne racconti la storia. Quale posto migliore della passeggiata che attraversa le aiuole del nuovo piazzale Stuparich?”. L’iniziativa, nelle intenzioni del consigliere, dovrebbe trasformare il ricordo della vittima in un messaggio rivolto alle donne ancora sottoposte a violenza e sfruttamento: “Spero che l’iniziativa faccia riflettere le donne vittime di sfruttamento, e possa essere loro d’aiuto per ribellarsi o scegliere una strada migliore da percorrere”.
Anche se non sarà forse mai possibile dimostrare che Maria Boccuzzi fosse davvero la Marinella immaginata da De André, una targa avrebbe il merito di restituire un nome e una storia a una donna che la cronaca dell’epoca aveva rapidamente consegnato all’oblio.
