Il lungo viaggio – Le mille identità di Battiato in un biopic

23-01-2026
È in uscita al cinema dal 2 al 4 febbraio, come evento speciale, "Franco Battiato. Il lungo viaggio", un film diretto da Renato De Maria, coprodotto da Rai Fiction e Casta Diva Pictures e scritto da Monica Rametta. Il film verrà poi trasmesso da Rai1 e RaiPlay.
Come si fa a realizzare un biopic per Rai1 su un mostro sacro della musica italiana come Franco Battiato? Non è stata un'impresa facile, vista la carriera variegata, prestigiosa e ricchissima di esperienze dell'artista siciliano; oltretutto nel suo percorso biografico non ci sono colpi di scena eclatanti né amori scandalosi né eccessi che rendano particolarmente succosa una sceneggiatura per la tv. La scelta è stata perciò quella di raccontare il periodo che va dai primi anni 70 alla fine degli anni 90, con un focus sulle persone che hanno segnato Battiato al punto da far nascere in lui nuove passioni e una spiritualità sempre più intensa - anche se va evidenziato che dalla storia è stato totalmente eliminato un personaggio cruciale come il filosofo Manlio Sgalambro, che collaborò con Battiato a partire dal 1994.

Franco Battiato - Il lungo viaggio


A emergere sono, in particolare, la madre Grazia, figura chiave nella vita del musicista siciliano: amatissima, sempre presente (a differenza del padre, descritto come quasi assente) eppure mai soffocante o troppo perbenista; Fleur Jaggy, una fine intellettuale con la quale Battiato intesse una profonda relazione "emancipata dall'incubo delle passioni"; Juri Camisasca, in bilico tra vocazione musicale e religiosa; molto ben riusciti sono anche i personaggi di Giusto Pio, genio dalla sottile ironia, e, soprattutto, di Giuni Russo, di cui si è voluta evidenziare anche la rabbia e frustrazione nel momento in cui si rese conto che la sua carriera non decollava e che il brano "Per Elisa" era stato affidato ad Alice anziché a lei (inutilmente lungo e snervante, invece, il capitolo che affronta la sua relazione con una giovane fan, interpretata da Joan Thiele).
Spiace, d'altro canto, vedere rappresentato come una macchietta Gianni Sassi, primo artefice nel 1971 del successo di Battiato, per il quale ideò le provocatorie copertine di "Fetus" e "Pollution" e la famosa immagine della pubblicità dei divani Busnelli. Abbiamo dei dubbi sul fatto che Sassi, mentre fotografava Battiato acconciato come una geisha, avesse realmente esclamato "Qui si fa la storia!" con accento da salumiere brianzolo e modi da pubblicitario d'assalto... Ma questo, si sa, è il rischio che corrono i biopic.

Franco Battiato - Il lungo viaggio


Quanto al protagonista, è la vera perla di questo film: il giovane Dario Aita, già visto in "Parthenope" di Sorrentino, ricorda in modo impressionante Battiato nelle movenze, nelle pause e nel modo di parlare e di cantare, senza cadere mai nell'imitazione fine a sé stessa, perché ciò che lo caratterizza sono in primo luogo la postura e lo sguardo inquieto di un giovane uomo che sente di appartenere a un altro spazio e un altro tempo. L'attore afferma di essere stato "abitato dal suono" di Battiato per poterlo interpretare. Notevole anche la performance di Simona Malato nel ruolo della madre Grazia.
L'altra grande prima donna del film è... la città di Milano. Battiato sin da ragazzino a Catania sognava di andare a Milano. Attorno a Milano negli anni 70 e 80 ruotava tutto il mondo delle case discografiche e dei relativi manager, come il grande Angelo Carrara. Una realtà fatta di uffici discografici e studi di registrazione che nel film occupa uno spazio rilevante, al netto, anche qui, di qualche eccesso macchiettistico (alcuni personaggi risultano fin troppo avidi e sguaiati).
Nella Milano libertaria e in pieno fermento culturale degli anni 70, poteva accadere che personaggi come Giorgio Gaber, Ombretta Colli, Roberto Calasso e Fleur Jaggy, che di Calasso era per l'appunto la moglie, ti invitassero senza convenevoli nel loro salotto buono anche se, come il Battiato dell'epoca, eri uno sconosciuto musicista senza una lira in tasca. A Milano potevi accostarti alla musica classica anche se eri un capellone e non sapevi leggere le note e un prestigioso insegnante di pianoforte si offriva di darti lezione senza chiedere nulla in cambio. Una Milano ben ritratta da De Maria attraverso scorci magnifici e luoghi poco celebrati della città, dai vicoli alle dimore storiche ai campanili del centro. Tuttavia per valorizzare la milanesità si ricorre un po' troppo spesso al già citato accento da salumiere brianzolo: insomma, a Milano negli anni 70 le persone non parlavano in quel modo. Ben più naturale, e quasi commovente, è invece l'uso del siciliano in alcune espressioni del protagonista e della madre, ben dosate nel corso della storia.

Franco Battiato - Il lungo viaggio


La pellicola di De Maria è dunque un viaggio interiore nelle identità di Franco Battiato, divise forse un po' schematicamente per periodi: la fase iniziale della canzonetta d'amore di fine anni 60, quella della musica elettronica e d'avanguardia degli anni 70, quella della canzone pop anni 80 suggellata dall'exploit de "La voce del padrone" e quella della spiritualità del decennio successivo. Un viaggio in cui, tutto sommato, risulta un po' sacrificato proprio l'aspetto musicale, trattato in modo un po' discontinuo e frammentario. A volte, forse proprio a causa della vastità della sua produzione, la sceneggiatura finisce col risultare fin troppo didascalica: Battiato a un certo punto spiega per filo e per segno cos'è il sintetizzatore VCS3, come funziona, chi ce l'ha, quanto costa e perché; ci vengono mostrati i primi spettacoli del cantautore siciliano e del suo gruppo come se agissero con la furia degli Einstürzende Neubauten; a volte, invece, vengono omessi passaggi fondamentali: da dove deriva, ad esempio, la passione di Battiato per il sufismo, per i dervisci danzanti e per l'immaginario mediorientale, così presente nei suoi album a partire da "L'era del cinghiale bianco"? Tutto ciò viene liquidato mostrando la copertina di un libro di Gurdjieff, dando per scontato che tutti ne conoscano il pensiero esoterico, per poi lasciarci a una scena, pur molto suggestiva, in cui Battiato pratica insieme a un nutrito gruppo di ballerini le danze sacre ispirate dall'insegnamento del mistico armeno. Un tema certamente molto caro all'artista siciliano, che avrebbe forse meritato qualche scena in più.

Franco Battiato - Il lungo viaggio


Va rimarcato tuttavia che alcune soluzioni registiche sono decisamente efficaci, come quelle legate alle affissioni dei già citati Divani Busnelli, alla morte di Battiato e di sua madre, e all'utilizzo dello schermo televisivo, realizzato in giusta misura sia per esigenze narrative sia di produzione, in un'epoca - gli anni 80 - in cui la televisione era assolutamente centrale nella vita e nell'immaginario degli italiani. Alcuni esempi: la visione condivisa del festival di Sanremo 1981 con Alice che canta "Per Elisa"; Giuni Russo finalmente approdata al successo nel 1982 con "Un'estate al mare"; il famoso videoclip di "Centro di gravità permanente"; la mamma di Battiato che guarda in tv il figlio mentre canta "E ti vengo a cercare" per papa Giovanni Paolo II nella sala Nervi in Vaticano: tutto è mediato dallo schermo televisivo. Si potrebbe cogliere infine un rimando a un altro celebre videoclip: nel film c'è una sorta di visione/allucinazione ricorrente che mostra Battiato in cammino ai piedi dell'Etna innevato... non è forse, nello spirito e nel concept, un'eco di "Enjoy The Silence" dei Depeche Mode?

Nel complesso, il film riesce a seguire il "transito terrestre" di Franco Battiato con discreta cura e attenzione, anche grazie alla convincente performance di Aita, decisamente a suo agio nel ruolo (e non era affatto scontato). Restano però alcuni limiti, caratteristici di questo tipo di produzioni, inclusa una certa superficialità dell'analisi. Per apprezzare appieno la dimensione del musicista siciliano, dunque, non resta che accostarsi ancora una volta ai migliori strumenti che ci ha lasciato: le sue opere.

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